Leno e Montecassino
Giovanni Spinelli - Centro Storico Benedettino Italiano

C'è una specie di filo d'oro che lega il territorio bresciano al monastero di San Benedetto, considerato da molti come la culla della civiltà europea: l'abbazia di Montecassino. Fondato intorno al 529, l'anno stesso in cui Giustiniano chiuse la scuola filosofica d'Atene, ultimo relitto della cultura pagana, quel monastero è stato il centro propagatore della cultura benedettina, totalmente ispirata dal Vangelo e tanto efficace nell'amalgamare fra di loro i vari popoli dell'Europa barbarica, pervenuti alla luce della fede e della civiltà, grazie all'opera evangelizzatrice dei figli di San Benedetto.

Tra questi popoli barbarici, che invasero anche l'Italia, uno si distinse per la particolare ferocia dei suoi guerrieri, quello longobardo. Ad un'orda banditesca di loro, guidata dal duca Zotone di Benevento, va attribuito il primo degli scempi che la barbarie delle armi ha inflitto alla casa di San Benedetto: nel 577 Montecassino venne incendiato e saccheggiato nottetempo dai Longobardi, che vi lasciarono pietra su pietra. Fu ancora una volta la "provvida sventura", che costringendo i figli di San Benedetto ad esulare a Roma ne fece conoscere la santità e la sapienza, condensate nella sua celebre Regola per i monasteri. Da Roma essa fu conosciuta poco tempo nelle Gallie e perfino in Inghilterra, passando di qui in Germania, proprio all'inizio del sec VIII, quando i monaci missionari anglosassoni San Willibordo e San Bonifacio giunsero sul continente per iniziare l'evangelizzazione dei popoli tedeschi.

Epitaffio funebre dell'abate magno (fine del IX secolo)Proprio in quegli stessi anni anche i Longobardi, dirozzatisi ed amalgamatisi colle popolazioni cattoliche dell'Italia intraprendevano una politica di avvicinamento alla Chiesa romana che li avrebbe condotti anche a favorire la rifondazione di Montecassino e la fondazione di nuovi monasteri. Negli stessi anni in cui San Bonifacio intraprendeva la sua missione sul suolo tedesco, un patrizio longobardo oriundo di Brescia, Petronace (di cui si dice che fosse nato a Padergnaga) si recava in pellegrinaggio a Roma, coll'intenzione di proseguire verso la Terrasanta. Il papa San Gregorio II lo dirottò verso Montecassino, dove il sepolcro di San Benedetto giaceva negletto in mezzo alle macerie di quasi 150anni prima. Nell'anno 717 Petronace diede inizio all'opera della ricostruzione, aiutato dai monaci della vicina abbazia di S Vincenzo al Volturno, principale monastero del ducato di Benevento, e da alcuni eremiti che non avevano cessato di abitare nei dintorni di quei venerandi ruderi.

Nel monastero da poco risorto a nuova vita, giungeva verso il 729 il monaco anglosassone Villebaldo, discepolo di San Bonifacio e futuro primo vescovo di Eichstatt: vi rimase per oltre un decennio per attingere alla fonte i principi dell'osservanza monastica benedettina. Poco dopo vi giungevano anche due re in esilio, il franco Carlomanno, zio di Carlo Magno, ed il longobardo Ratchis. Ad essi si aggiunsero verso il 749 altri tre discepoli di San Bonifacio, tra i quali Sturmio, futuro primo abate di Fulda, la Montecassino della Germania. Nella relazione che egli inviò al sua maestro san Bonifacio, descrivendo gli usi monastici della casa di San Benedetto, parla della solennità dei Santi Faustino e Giovita, come una delle principali del cenobio cassinese, alla pari di quella di San Benedetto e delle altre grandi solennità del Signore. Cos'era avvenuto? Petronace aveva fatto venire da Brescia a Montecassino, per arricchire di reliquie la nuova basilica, da lui edificata, il braccio del martire San Faustino: questa è in assoluto la più antica attestazione del culto dei santi patroni di Brescia, fuori della loro città ed ha una grandissima importanza storica.

Mentre Montecassino fioriva sotto il governo dell'abate bresciano Petronace, morto verso il 750, tutto intorno per l'Italia l'iniziativa dei sovrani longobardi faceva sorgere nuovi monasteri. In Pavia Lituprando aveva fondato il monastero di S Pietro in Ciel d'Oro perché vi fossero conservate le reliquie di Sant'Agostino, traslate dalla Sardegna per sottrarle alla profanazione dei Saraceni. In Toscana Ratchis, aveva fondato, prima della sua deposizione dal trono, il celebre monastero di San Salvatore del Monte Amiata. In Emilia, tra Modena e Bologna, Astolfo, fratello e successore di Ratchis, aveva favorito la fondazione dell'abbazia di Nonantola ad opera del proprio cognato Anselmo, già duca del Friuli. Praticamente nello stesso anno 753 a Brescia il duca Desiderio con la consorte Ansa davano inizio alla fondazione del monastero femminile di S. Salvatore (poi detto di Santa Giulia), di cui mettevano a capo come badessa la loro figlia Anselperga. Pochi anni dopo Astolfo moriva e mentre una parte dei duchi longobardi eleggeva a loro re Desiderio, duca di Toscana, un'altra a lui ostile tornava ad offrire la corona al fratello monaco del defunto re, il piissimo Ratchis. Tra i sostenitori di Rachtis c'era l'abate di Nonantola, Anselmo, suo parente, che Desiderio, una volta che ebbe prevalso sui suoi avversari, si affrettò ad esiliare a Montecassino, insieme a Ratchis, temendone l'influenza negli affari del regno.

Non è escluso che proprio per contrastare l'espansione di Nonantola, monastero protetto dalla famiglia reale a lui avversaria, verso la parte settentrionale della Val Padana, Desiderio abbia deciso di fondare un altro monastero di famiglia, oltre a quello femminile di S. Salvatore e S.Giulia, cioè quello maschile di Leno, nella pianura bresciana. Siamo proprio nell'anno 757, subito dopo l'inizio del regno di Desiderio e l'esilio di Anselmo a Montecassino. Il monastero di Leno nasce presso una chiesetta che inizialmente porta la stessa intitolazione del futuro monastero di S. Giulia, cioè S.Salvatore, S.Maria, S. Michele Arcangelo e S. Pietro apostolo: i santi più venerati dal popolo longobardo. Di lì a poco però si chiamerà soltanto monastero di S. Benedetto: come mai questo mutamento? Desiderio ha giocato di astuzia. Egli ha voluto che il suo monastero superasse in prestigio Nonantola e tutti gli altri monasteri del regno d'Italia. Perciò non ha costituito una comunità di monaci raccogliticci, come bene o male avevano fatto tutti gli altri sovrani fondatori. Ma si è rivolto all'abate stesso di Montecassino, Ottato, il successore di Petronace. Costui, memore di una tradizione benedettina, che voleva che le comunità monastiche riproducessero in qualche modo il collegio degli apostoli radunato dal Cristo, ha mandato a Leno undici monaci, capeggiati dall'abate Ermoaldo, forse un oriundo bresciano, andato a Montecassino, per seguirvi le orme di Pertonace. Poiché a quei tempi non si fondava una chiesa, se non vi si deponevano insigni reliquie di martiri e di santi, Montecassino ricambiò il dono sacro del braccio di San Faustino recatovi da Petronace, offrendo a Leno il braccio sinistro di San Benedetto. La presenza di tale reliquia, bastò a far sì che Leno diventasse la Montecassino Lombarda.

S'impongono a questo punto alcune considerazioni. Anzitutto nessuno altro monastero d'Europa può fregiarsi come quello di Leno del titolo di "figlio primogenito di Montecassino": prima di esso non si conoscono infatti altri monasteri di cui si possa dire in maniera documentata che furono fondati direttamente dalla comunità cassinese. In secondo luogo l'arrivo dei monaci di Montecassino in Lombardia, diede origine all'espansione in Val Padana del culto di San Benedetto abate, mai attestato prima di allora. Le chiese dedicate a San Benedetto in alta Italia traggono tutte origine dalla fondazione di Leno, riconosciuta quale loro casa madre. Anche l'abbazia di San Benedetto Po, presso Mantova, fu in origine una piccola chiesa dipendente dall'abbazia di Leno. Secondo lo storico bresciano mons. Paolo Guerrini, la stessa festa liturgica di San Benedetto all'11 luglio - che ha finito per prevalere su quella tradizionale del 21 marzo - sarebbbe stata originata dalla traslazione delle reliquie di San Benedetto da Montecassino a Leno.

Infine possiamo ricordare che nella prima metà del sec. XI ci fu un altro momento forte di affratellamento tra Leno e Montecassino. Nel 1038 l'abate Richerio di Leno, già monaco di Niederaltaich, in Baviera, venne promosso - per volontà dell'imperatore - al governo dell'abbazia di Montecassino, conservando fino alla morte (1055) anche quello dell'abbazia di Leno: caso più unico che raro nella storia del monachesimo italiano!