Militare Deo. Il monachesimo benedettino in età carolingia
Giancarlo Andenna - Università Cattolica di Brescia

Abbigliamento di guerriero longobardo in armiIl prestigio goduto dai monaci nella società medievale e la loro essenziale funzione di "lodare Dio dal sorgere al tramontare del sole, e anche durante la notte, con il canto dell'ufficio divino", rendeva il loro servizio liturgico molto prezioso. In tempi in cui era difficile distinguere tra la sfera religiosa e quella politica, le due componenti camminavano spesso unite e ci non deve stupire se re, duchi o imperatori consideravano la fondazione di un monastero o di una chiesa non meno importante di un successo diplomatico o militare.

Per questo tra le riforme carolinge, quella monastica introdotta da Ludovico il Pio, era destinata a cambiare il volto del monachesimo occidentale che, da quel momento in avanti, assunse un'unica norma di vita: la regola cassinese di san Benedetto. Vennero tuttavia apportate importanti modifiche, che resero il nuovo monachesimo funzionale anche alle strutture dell'impero e al suo ordinamento, rendendolo sua parte integrante. Chi fosse però il 'monaco' in questo periodo sfugge in genere al nostro modo di pensare, benché il termine sia rimasto il medesimo anche nel lessico attuale.

La scelta monastica partiva senza dubbio dal desiderio di servire Dio con la vita e comportava il rifiuto del proprio passato per assumere comportamenti e attitudini completamente diversi da quelli comuni, alternativi al mondo esterno al chiostro. Le stesse strutture edilizie del cenobio, articolate intorno alla chiesa e al claustrum, segnavano la diversità dello spazio monastico, adattandolo alle esigenze della ricca liturgia quotidiana celebrata dai monaci. L'ingresso in monastero, inoltre, veniva caratterizzato da gesti distintivi, come il taglio dei capelli, il cambio dell'abito e le pratiche di mortificazione.

In questo modo, isolato dal mondo, spogliato dei beni e dei suoi abiti il giovane monaco era sottoposto alla cerimonia di ammissione, la cui funzione consisteva nel creargli una coscienza chiara del suo mutamento di identità, nell'aiutarlo ad accettare la modificazione progressiva della propria immagine. Spogliato della percezione che egli aveva di sé fuori del monastero, nel mondo, il giovane monaco ritrovava così una nuova personalità, ristrutturata dall'istituzione. La preghiera, l'obbedienza e lo studio erano le sue virtù, mentre l'autorevolezza dell'abate lo indirizzava sui sentieri della volontà di Dio.

La concezione teocratica del regno tuttavia, secondo la quale l'imperatore Carlo era biblicamente re e sacerdote, giustificava il suo interessamento verso le istituzioni ecclesiastiche; di conseguenza il sovrano poteva esigere da chiese e monasteri un servitium che poteva essere anche economico, politico e militare, oltre che religioso. Nel primo caso gli ecclesiastici erano tenuti all'obbligo dell'ospitalità nei confronti della corte regia - come avvenne a Leno durante il soggiorno del Barbarossa a metà del XII secolo -, oppure in una contribuzione in denaro, sufficiente a compensare il diritto di albergo, o albergaria, dovuto al sovrano.

Tale imposizione, detta in seguito anche fodro, fu sempre pagata da tutti i sudditi nel momento in cui il sovrano transitava sul loro territorio e ad essa erano sottoposti anche gli ecclesiastici e le fondazioni religiose che non godevano dell'immunità. Ma in particolare le chiese e le abbazie di proprietà regia, fondate cioè da sovrani su terre fiscali e dotate con proprietà demaniali, dovevano un simile servizio, al quale si affiancavano prestazioni politico-militari ad opera degli abati che, nel caso dei monasteri regi, erano nominati direttamente dai sovrani e li affiancavano nell'attività di governo.

Una pagina del Liber Vitae di San Salvatore - Santa Giulia di Brescia (Biblioteca Queriniana)Questo secondo tipo di imposizione discendeva dal fatto che gli abati, in quanto nominati dal re, erano considerati fideles del medesimo e la loro fedeltà trovava piena esplicitazione in una militia, cioè in un servizio militare durante le spedizioni di guerra. Assai emblematica al riguardo è la lettera di Carlo Magno all'abate Fulrado, che contiene un esplicito ordine di precettazione ad un ecclesiastico ed è indicativa del servizio che gli stessi abati di monasteri - compreso quello della potentissima comunità leonense - o di cenobi dotati in parte con beni fiscali, dovevano prestare al sovrano.

Questo sistema prevedeva che l'abate, vassallo del re, si presentasse in qualità di senior, cioè a sua volta come capo di altri vassi, all'eribanno, o meglio nel luogo in cui era stata stabilita la concentrazione delle forze militari. Il suo contingente armato era formato da cavalieri, veri professionisti della guerra, che erano stipendiati con la concessione temporanea di beni terrieri e di rendite economiche del monastero. L'equipaggiamento dei milites abbaziali era costituito da lancia, scudo, spada lunga e spada mozza, nonché elmo, corazza, arco, faretra e frecce. Inoltre all'abate spettava l'onere di procurare i generi alimentari e il vestito per la sua truppa e anche asce, pialle, trapani, vanghe e pale per lavori di trincea, utensili che dovevano essere trasportati su carri. Oltre a tali prestazioni l'abate era tenuto a portare personalmente al re dei doni, a guisa di omaggio, per ricordare i suoi vincoli di dipendenza, i quali prevedevano, qualora non si fosse presentato come senior con tutti i suoi vassi, una multa proporzionale al numero e alla qualità degli assenti.

Ma ciò che stupisce maggiormente oggi è l'obbligo ingiunto all'abate, che era pur sempre un monaco, di partecipare di persona non solo alle riunioni legislative dell'impero, ma anche alle spedizioni militari, in quanto le prime precedevano l'avvio delle campagne di guerra. Eppure l'alto clero franco non avvertiva questo problema, o meglio lo risolveva a monte trovando una perfetta intesa tra l'esigenza del sovrano e la religione. Assai esplicite in proposito sono le affermazioni dell'abate di Fulda, "colui che conserva intatta la fedeltà promessa al suo principe e preferisce perdere la propria vita presente piuttosto che la fedeltà in battaglia, otterrà senza dubbio la vita eterna da Colui che ha creato la giustizia e ha ordinato di mantenerla".

Si trattava di servire "Dio e il re" (Deum et regem), sia sul piano amministrativo che su quello militare, e ciò era possibile in quanto la stessa religione era concepita come una militia e l'impegno spirituale era a volte indicato con l'espressione militare Deo.

In ogni caso, un abate o un vescovo erano anche uomini di cultura e la militia poteva trovare la propria esplicitazione nel consilium più che nell'auxilium: così molti chierici e monaci furono sovente utilizzati come agenti diplomatici presso stati stranieri, oppure come missi dominici o come consiglieri fidati del sovrano.

Presto però gli abati più sensibili alle esigenze spirituali e più aperti verso la riforma del mondo monastico, si impegnarono affinché le loro prestazioni rimanessero strettamente entro la sfera del sacro. In questo caso il re avrebbe potuto chiedere solo delle orationes, cioè delle preghiere per la salvezza della sua anima e di quella dei familiari, oppure per la felice conservazione e il prospero sviluppo del regno. Da tutto questo discendeva che la costruzione di un monastero e il suo mantenimento, non erano solo un fatto religioso, ma soprattutto espressione di una finalità politica, economica, militare e spirituale.

Lo splendore del re si estendeva perciò anche a chiese e monasteri posti sotto la sua influenza. Era quindi necessario che la casa di Dio e il luogo dove uomini e donne lo servivano giorno e notte, fossero degni di accoglierlo, edificati cioè con solide mura e arricchiti di preziose suppellettili sacre, proprio come il tempio di Salomone a Gerusalemme. È questo, d'altra parte, quanto ancora oggi possiamo ammirare nei resti architettonici della chiesa di San Salvatore di Brescia e che presto potremo certo comprendere anche dai resti archeologici del complesso abbaziale di San Benedetto di Leno.