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I monaci di Leno nei libri memoriali
altomedievali
Nicolangelo D'Acunto - Università
Cattolica di Brescia
Lo
studio del monachesimo altomedievale è pesantemente
condizionato dalla estrema rarità delle fonti,
non disgiunta dalla loro pressoché inespugnabile
reticenza. Tra le poche e vistose eccezioni dobbiamo
annoverare alcuni codici del IX secolo, che gli storici
ascrivono alla tipologia dei libri memoriales.
Si tratta di alcuni codici pergamenacei occupati quasi
interamente da liste di nomi la cui intelligibilità
è solo in qualche caso agevolata da rare rubriche,
le quali segnalano le categorie alle quali le persone
elencate appartenevano. Si tratta di fonti molto difficili
da maneggiare. Occorre, infatti, identificare le varie
fasi della stratificazione del materiale antroponomastico,
in quanto i libri memoriali sono veri e propri work
in progress, in coincidenza con la loro specifica
funzione.
In questi manoscritti ogni monastero nell'alto medioevo
fissava i nomi dei membri vivi e defunti della comunità,
nonché quelli che - per il fatto di essere in
qualche modo ad essa legati - avevano ottenuto il privilegio
di partecipare dei frutti spirituali della preghiera
dei monaci (o delle monache) di quella stessa comunità.
A volte due o più monasteri creavano una catena
di preghiera scambiandosi le rispettive liste di monaci
vivi e defunti, in modo da pregare gli uni in favore
degli altri.
Il liber vitae del monastero di Leno non è
pervenuto, ma alcune tracce che questa pratica - del
resto assai diffusa - si svolgesse anche in quel cenobio
ci sono pervenute attraverso i codici memoriali di S.
Giulia di Brescia e del monastero di Reichenau, ora
disponibili in splendide edizioni pubblicate dai Monumenta
Germaniae Historica, la massima istituzione medievistica
a livello mondiale.
A c. 8 recto del liber vitae di S. Giulia il
nome dell'imperatore Ludovico II (DOMNUS LODOUICUS IMPERATOR)
scritto in un alfabeto maiuscolo misto di lettere onciali
e capitali campeggia alla testa di un elenco delle massime
personalità del Regno Italico della metà
del secolo IX: duchi, conti, vescovi e grandi abati,
tra i quali, in quindicesima sede, Baldulfus,
identificato con l'abate di Leno. Il suo nome compare
anche in una lista di monaci del cenobio leonense confluita
nel Verbrüderungsbuch (ted. "libro
di affratellamento") di Reichenau e databile intorno
all'829. Tale lista, che conta all'incirca 120 nomi,
fu vergata dallo stesso amanuense che compilò
un altro elenco di 135 monache, appartenenti al monastero
di S. Giulia.
Le relazioni di questi cenobi bresciani con quello di
Reichenau, importante monastero posto sulle rive del
lago di Costanza, si spiegano alla luce dello stretto
legame che tutti questi monasteri intrattenevano con
i sovrani carolingi. Infatti nel IX secolo il monastero
di S. Giulia e con esso quello leonense, entrambi monasteri
regi, costituirono i capisaldi della presenza dei Carolingi
nel Regno Italico. Il cenobio di Reichenau, anch'esso
strettamente controllato dalla famiglia imperiale, era
perciò il tramite di questa complessa rete di
relazioni politiche, che si sostanziava di frequenti
scambi di monaci, non di rado posti a capo di importanti
diocesi. Da questo punto di vista gli "affratellamenti"
nella preghiera liturgica tra diversi monasteri vanno
interpretati anche nei termini di una vera e propria
ritualizzazione delle relazioni politiche e religiose
tra i diversi enti.
Nel già citato liber vitae di S. Giulia
sono registrati anche altri membri dell'abbazia di Leno.
Alle carte 28recto-29recto fu inserita poco dopo la
compilazione del nucleo originario del codice una lista
di 159 nomi copiati da elenchi preesistenti.
Accanto all'abate di Bobbio, Wala, morto nell'836, e
ad altri due abati Gisleramno e Ansprando, attestati
a Brescia nell'837, troviamo un Rataldus abbas.
Forse si tratta dello stesso Rotaldo che, secondo il
quattrocentesco Chronicon Brixianum di Giacomo
Malvezzi e la cosiddetta Historiola del notaio
Rodolfo (sulla quale - si badi - grava il sospetto di
falso sollevato dal Bognetti), fu abate del cenobio
leonense negli anni trenta e quaranta del secolo IX,
al tempo dell'imperatore Ludovico II e del vescovo di
Brescia Ramperto. Avvalora questa identificazione la
circostanza che accanto a Rataldo compaiano nella stessa
pagina del liber vitae di S. Giulia altri tredici
nomi che ritroviamo anche nel già citato elenco
di monaci di Leno inserito nel libro memoriale di Reichenau.
In passato si era ipotizzato che anche un altro abate
citato nel codice bresciano accanto a Rataldo, Iosep
abbas, appartenesse al monastero di Leno, ma da
un esame più approfondito risulta che in quel
caso ci si riferisse a Giuseppe, abate del monastero
piemontese della Novalesa e vescovo di Ivrea al tempo
dell'imperatore Ludovico II.
Le poche tracce di cui si è data sommariamente
notizia sono solo la punta di un iceberg, ma meritano
di essere seguite per giungere a una conoscenza sempre
più approfondita della grande storia del monastero
di Leno.
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