San Benedetto e la Regola
Giorgio Giuseppe Picasso - Università Cattolica di Milano

Per conoscere la vita di san Benedetto da Norcia non possiamo riferirci a fonti storiche vere e proprie. Le stesse date che di solito si propongono per la sua nascita, a Norcia nel 480, e per la sua morte, a Montecassino nel 547, si basano su calcoli di convenienza e non sono assolutamente sicure. Anzi, quest'ultima è messa in dubbio da non pochi studiosi.

Le nostre conoscenze, tuttavia, non si fondano su mere congetture, ma si appoggiano ad una fonte di carattere agiografico che consente, non solo di tracciare un profilo essenziale della biografia di Benedetto, ma anche di collocarlo entro precise coordinate cronologiche e geografiche. Si tratta del secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, scritto probabilmente nei primi anni del pontificato. Gregorio fu papa dal 590 al 604 e conobbe i monaci di Montecassino che avevano a loro volta conosciuto i discepoli di san Benedetto, se non proprio lo stesso santo. È molto importante stabilire questo rapporto, anche se va detto che il papa non ebbe intenzione di scrivere una 'vita' di Benedetto.

La consegna della regola di San Benedetto in una miniatura cassinese del X secolo (Archivio Abbazia Montecassino)Non è mancato poi in anni recenti chi, come lo studioso americano F. Clark, ha sostenuto che i Dialoghi di Gregorio Magno, così diversi per stile e per contenuto dalle altre opere del pontefice, e testimoniati, come scritto gregoriano, piuttosto tardi, siano da attribuire ad un altro autore, vissuto in epoca successiva a quella di Gregorio, che ha inserito qualche brano gregoriano nel suo testo molto ampliato. L'ipotesi, non del tutto nuova, non pare però convincente; la paternità gregoriana dei Dialoghi è stata ribadita da diversi studiosi, per quanto l'ipotesi non possa essere scartata a priori.

In ogni caso è certo che il papa Gregorio Magno, scrivendo i Dialoghi, non volle fare un'opera storica, secondo i canoni della storiografia antica che gli erano senz'altro noti. Si propose piuttosto di fare conoscere le virtù dei padri del monachesimo italico, i fatti prodigiosi da loro compiuti che li facevano apparire non inferiori ai grandi padri del monachesimo orientale. In questo preciso contesto il papa dedica tutto il secondo libro alla vita di san Benedetto, alla sua fuga da Roma, al ritiro nello speco di Subiaco, alla fondazione dei primi monasteri sublacensi e al passaggio a Cassino dove fondò, sulla cima del monte, il celebre monastero.

A questo proposito, anzi, è interessante lasciare la parola al pontefice che descrive così quell'avvenimento: "la fortezza chiamata Cassino è situata sulle pendici di un alto monte. Questo sembra accogliere il castello in una grande conca, per poi continuare a elevarsi per oltre tre miglia, quasi tenendo la sua cima verso il cielo. Qui si ergeva un tempio molto antico dove, secondo il vetusto rito dei pagani, i contadini ignoranti adoravano Apollo. Tutt'intorno si estendeva un bosco consacrato ai demoni, in cui sino a quel tempo numerosi infedeli nella loro stoltezza si davano a sacrifici sacrileghi. Al suo arrivo, l'uomo di Dio distrusse l'idolo, rovesciò l'ara, atterrò il bosco; nel tempio di Apollo elevò un oratorio a san Martino e, al posto dell'ara di Apollo, costruì un oratorio dedicato a san Giovanni. Con un'incessante opera di predicazione, richiamava alla fede tutte le genti del circondario".
L'attendibilità dell'episodio ha trovato confermata dal rinvenimento in quel luogo di strutture murarie precristiane, di statuette votive e di resti epigrafici pagani. Il percorso biografico tracciato dal papa, dunque, benché privo - come si vede - di riferimenti cronologici precisi, rappresenta il quadro storico e geografico entro il quale si colloca la vita di Benedetto. I singoli capitoli, inoltre, riferiscono soprattutto i fatti straordinari compiuti dall'uomo di Dio (vir Dei), quasi a voler confermare con l'approvazione soprannaturale la sua straordinaria santità.

Ma prima di terminare il racconto dei prodigi che hanno accompagnato la vita del santo, Gregorio ne elogia la dottrina, e a questo proposito fa esplicito riferimento alla Regola: "Non voglio in alcun modo tacere che l'uomo di Dio, tra i tanti miracoli che lo hanno reso celebre, rifulse altresì per la dottrina; scrisse, infatti, la regola dei monaci, notevole per la discrezione e chiara per linguaggio"; a questa Regola deve guardare - aggiunge Gregorio - chi vuole conoscere meglio la vita del santo, perché egli non visse in modo diverso da quello proposto ai suoi discepoli".

Un'altra capitale questione ha impegnato gli studiosi nei decenni centrali del Novecento, quella del rapporto tra la Regula Benedicti e la Regula Magistri, cioè tra la Regola attribuita a Benedetto e quella del Maestro, opera di un anonimo - a cui gli studiosi hanno dato questo nome per la sua struttura dialogica, dove alle domande del discepolo il Signore risponde per Magistrum - ritenuta posteriore a quella di Benedetto. Per molti secoli, infatti, nessuno aveva mai messo in dubbio l'autenticità benedettina della Regula Benedicti; le parole di Gregorio Magno appena ricordate, confortate da un'imponente concordanza dei numerosi codici e delle successive edizioni a stampa, fu sempre ritenuta garanzia della paternità benedettina della Regola. Inoltre, pur ammettendo l'incidenza di varie fonti alle quali la Regola di san Benedetto aveva attinto, si era anche concordi nel riconoscere la grande originalità del santo di fronte alla tradizione monastica orientale e occidentale.
Su queste acque tranquille sulle quali navigavano, moltiplicandosi, commenti in gran parte spirituali e lusinghieri riconoscimenti alla singolare fecondità della Regola, proprio alla vigilia della seconda guerra mondiale si abbatté un uragano che sembrò, almeno per un certo periodo, mettere tutto in discussione. Ciò avvenne nel 1938, quando il monaco spagnolo Matteo Alamo, anticipando gli studi di un suo confratello francese, Agostino Génestout, sostenne la priorità della Regola del Maestro rispetto a quella di Benedetto e la maggiore dipendenza di quest'ultima dalla prima. In questo modo, l'interpretazione tradizionale veniva messa in discussione, compromettendo una della figure più eminenti della storia medievale.

Le reazioni a questa nuova ipotesi, è inutile dirlo, furono fortissime, specie tra i medievisti e tra gli ambienti monastici. Insieme a queste, però, giunsero anche i risultati di ricerche filologiche rigorose e più pacate che confermarono la tesi provocatoria degli studi del religioso francese. In particolare, il confronto dei termini impiegati dalle due regole e soprattutto il ricorso alle fonti letterarie comuni, come pure la dipendenza interna di alcuni passi, mostravano una indiscutibile precedenza della Regola del Maestro su quella di Benedetto.

La pratica di vita inaugurata dall'abate cassinese cominciò allora ad essere interpretata non già come una "vetta isolata", scaturita dalla geniale sapienza legislativa del suo ispiratore, ma come l'originale interpretazione di due secoli di esperienza cenobitica concreta. A temperarne taluni eccessi dovette certamente contribuire la situazione storica dell'Italia centrale provata, a metà del VI secolo, dalla guerra greco-gotica. La forza normativa di Benedetto risiedeva dunque, più che nell'innovazione, nella capacità di adattare l'ideale monastico primitivo alle esigenze del tempo, stabilendo per tutti i monaci "nulla di troppo austero e gravoso".

Per questa sua abilità di incarnare, più e meglio di altri, l'esperienza monastica - in modo equilibrato e senza eccessi -, la Regola benedettina divenne in età carolingia la regola di tutti i cenobi dell'impero, compreso quello di Leno che poteva vantare un legame davvero privilegiato con l'abbazia cassinese. Ma la sua penetrazione nell'Europa cristiana non rimase isolata al medioevo, passò rinnovata nell'età moderna e ancora oggi continua ad essere norma di vita per uomini e donne "alla ricerca di Dio" che, in tutti i continenti, fanno sussistere le congregazioni monastiche benedettina, cistercense e trappista.