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Presentazione
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Il
destino delle edizioni documentarie sembra essere stato da secoli quello
di una utilizzazione ininterrotta, al di là delle correnti e delle mode
storiografiche e della affidabilità del lavoro.
Edizioni
nate nel Settecento come appendice a ricostruzioni storiche delle vicende
di enti religiosi o di città hanno continuato la loro funzione di miniera
di documenti anche quando la parte "storica" era caduta in desuetudine.
Volumi di documenti editi nell'Ottocento o ai primi anni del Novecento
con lo scopo di fornire trascrizioni, spesso anche affrettate, del maggior
numero possibile di documenti hanno continuato a fornire materiale, anche
di qualità scadente, fino ai nostri giorni, e ancora continueranno la
òoro funzione.
La
stessa edizione di documenti bresciani del monastero di San Pietro in
Monte di Serle, venuta alla luce nell'anno 2000, era nata come edizione
"pura", destinata a fornire materiale documentario inedito, e accuratamente
vagliato, agli studiosi contemporanei non meno che a quelli delle generazioni
future. Gli scavi condotti nel periodo immediatamente successivo nel sito
dellla chiesa sul monte Ursino, rivelatisi oltremodo fruttuosi, non erano
certamente programmati all'epoca della progettazione e della prima attuazione
del volume.
Siamo
qui in presenza, rispetto alle edizioni più o meno antiche a cui si accennava,
di un progetto di edizione completamente diverso già nella progettazione,
e per due motivi.
Il
primo è che i documenti sono stati trascritti e approntati nell'edizione
critica non con un lavoro solitario, ma nell'àmbito di un progetto molto
più ampio, che abbraccia più campi dell'area scientifica e ha immediati
riflessi anche nella vita economica, come è stato detto anche in questa
stessa sede.
Il
secondo è che questa edizione documentaria riguarda non un fondo organico,
facilmente ricostruibile, ma un complesso di documenti che ha avuto vicende
oltremodo complesse e direi avventurose nell'arco di tutto il secondo
millennnio dell'era cristiana. Una edizione "cartacea" come quella di
San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia e la stessa di San Pietro in Monte di
Serle avrebbero richiesto lunghi anni di attesa. Questa edizione "virtuale"
non preclude in un futuro, più lontano che prossimo, la possibilità di
una edizione "cartacea", ma rende immediatamente fruibili via via un numero
sempre maggiore di documenti di volta in volta inseriti.
La
presentazione qui di seguito della complessità del lavoro di recupero
dei documenti leonensi e delle loro peripezie ha indotto a creare più
vie di accesso alla loro consultazione.
Oltre all'ovvia chiave
di consultazione per parole-chiave sono previste due altre vie di ingresso:
una in ordine cronologico per secoli e, al loro interno, per date dei
singoli documenti; una seconda per attuali collocazioni archivistiche
del materiale.
La demolizione della
chiesa e del monastero di San Benedetto di Leno1
, autorizzata dall'agonizzante Repubblica di Venezia su richiesta degli
abitanti del borgo, come in molti altri luoghi interessati al recupero
e al riutilizzo del materiale da costruzione, dava l'ultimo colpo, ma
non il colpo mortale, all'istituzione, che già aveva subito da lungo tempo
mutilazioni letali.
In primo luogo la perdita
dell'archivio.2
Una delle credenze
alimentate dalle ambigue parole del padre Zaccaria3
è per molto tempo stata avallata in molti studi sull'abbazia di Leno:
che l'archivio, sia pure a brandelli, fosse ancora nell'edificio dell'abbazia
o per lo meno fosse stato ricoverato tra le mura della curia del vescovo
commendatario.
Se però esaminiamo
con attenzione la provenienza del materiale4
che l'autore settecentesco allega alla propria ricostruzione delle vicende
storiche del monastero di San Benedetto della pianura bresciana, vediamo
con chiarezza che nella grande maggioranza i documenti sono tratti da
due fascicoli in cui alla fine del medioevo furono trascritti i documenti
più solenni dell'archivio: quelli usciti dalle cancellerie laiche dall'età
carolingia fino al secolo XII e quelli prodotti dalla cancelleria pontificia.
I restanti documenti, in misura alquanto ridotta, non sono in alcun caso
stati trascritti da Zaccaria, ma sono recuperati dalla trascrizione a
stampa di Luchi o da trascrizioni manoscritte fornite all'autore da corrispondenti
locali, non certamente comunque di Leno o di Brescia. In ogni caso tra
i documenti notarili fino a tutto il secolo XII conservati a Milano, o
nel Museo Diplomatico o tra le pergamene dell'Archivio Diplomatico, soltanto
uno è edito da Zaccaria: ma proprio questo singolo "pezzo", come vedremo
in seguito, era sicuramente ben lontano nel secolo XVIII da Leno e dai
ruderi dell'abbazia, ma si trovava invece nell'Archivio del monastero
di San Pietro di Modena: parzialmente edito da Muratori, era stato anche
interamente trascritto da un corrispondente di Luchi, da cui a sua volta
era passato a Zaccaria.
Un
esame delle annotazioni d'archivio vergate nel verso delle membrane ha
invece portato alla inquivocabile conclusione che le pergamene superstiti,
o almeno il gruppo principale, erano invece da tempo nell'archivio di
Santa Giulia di Brescia5.
Come ho già più volte
mostrato, la traccia sicura che ci permette di seguire gli spostamenti
di queste, come di altre pergamene, sia nel medioevo sia nelle convulse
vicende dal Settecento in poi, fino quasi ai nostri giorni, sono le segnature
d'archivio. E, nel nostro caso, le segnature apposte ai primi del Settecento
sono quelle di Astezati.
Ho già parlato del
riordinamento dell'ingente materiale documentario presente nel monastero
femminile bresciano ai primi del Settecento e dell'indice compilato da
Astezati in questa occasione. Quello che finora era sfuggito è che tutta
una sezione dell'archivio di Santa Giulia, per l'esattezza quello contenuto
nelle filze iniziali del soppalco/mobile "C", era originario (e superstite)
dal naufragio del gemello monastero maschile longobardo della pianura
bresciana.
Un
secondo momento di queste mistificatorie operazioni, dopo quella iniziale
di Zaccaria, è costituito dall'opera degli archivisti milanesi attorno
al Diplomatico del Fondo di Religione.
Come è noto, sia nelle
città di origine, sia nel Fondo di Religione nel corso della prima metà
dell'Ottocento, furono estratte pergamena dal complesso degli archivi
monastici degli enti soppressi, in cui vi era pure una gran massa di materiale
cartaceo.
Tale raccolta di pergamene
costituì L'Archivio Diplomatico, la cui parte più antica e preziosa fu
ordinata a parte col nome di "Museo Diplomatico". Il principio sui cui
tutto si basava era la ricostruzione di una successione cronologica delle
singole pergamene, estratte dal resto del materiale cartaceo delle serie
originarie, per formare una sorta di "cronologia" delle vicende della
Lombardia dal secolo VIII all'anno 1100, e delle singole città e dei singoli
enti dall'anno 1101 alla fine del medioevo.
Una prima fase di questo
scorporo si svolse nelle città in cui gli archivi erano stati sequestrati
e ammassati, in genere in chiese sconsacrate, a opera di eruditi locali.
Una seconda fase si svolse prima della metà dell'Ottocento a Milano, dove
tutto il materiale venne concentrato nel Fondo di Religione (successivamente
confluito nell'Archivio di Stato). A una prima fase di costruzione delle
singole serie di pergamene in ordine cronologico (città per città, e,
al loro interno, per ciascun ente religioso di cui era stato acquisito
l'archivio) succedette una seconda di catalogazione. Furono compilati
cataloghi sia per il Museo Diplomatico, dove le pergamene erano in un
unica serie cronologica, prescindendo dalle diverse provenienze, fino
all'anno 1100) sia per l'Archivio Diplomatico. In fascicoli sciolti (successivamente
rilegati in volumi) negli anni '40 dell'ottocento due degli archivisti
milanesi, Ferrario e Cossa, elencarono in un ordine approssimativamente
cronologico le pergamene di ciascun ente, limitando però il loro lavoro
al solo secolo XII, proprio per l'immane mole del materiale. Un principio
di inventariazione delle pergamene del secolo XIII fu successivamente
ben presto abbandonato.
La situazione "fotografata"
in questi inventari è però in molti punti diversa da quella attuale. Le
consultazioni della seconda metà dell'ottocento e dei primi decenni del
Novecento, ben diverse dalle attuali, e soprattutto non documentabili
ma avventate "scoperte" degli archivisti dei decenni a cavallo dei due
secoli hanno portato alla creazione di fondi archivistici inventati di
sana pianta: e uno di questo è proprio quello del monastero di San Benedetto
di Leno.
Attualmente
in questa fondo sono conservate una trentina di pergamene del secolo XII,
circa trentacinque del secolo XIII, una ulteriore trentina del secolo
XIV. Una ulteriore pergamena del 1070 è conservata nel Museo Diplomatico.
Un complesso di un centinaio di "pezzi" accomunati dal fatto che in quasi
tutti è manzionato direttamente il monastero.
Il lavoro di accorpamento
degli archivisti milanesi non è però stato completo. Nelle cartelle dell'Archivio
Diplomatico relative al monastero di Santa Giulia abbiamo ancora singole
pergamene del secolo XII e XII che possono essere ricollegate per il contenuto
non con il monastero femminile urbano, ma con il monastero maschile della
pianura bresciana.
Purtroppo
lo scorporo (beninteso in linea del tutto teorica) non si presenta affatto
semplice. Lo stesso Astezati ai primi del Settecento non ebbe ben chiaro
il fatto che nell'archivio di Santa Giulia una parte delle pergamene non
apparteneva originariamente al monastero ma vi era semplicemente stata
ricoverata. E tale equivoco era suffragato anche dal fatto che nella Bassa
bresciana molti possedimenti di Santa Giulia erano speculari a quelli
di Leno. Perciò nelle filze dello scaffale "C" confluirono indifferentemente
pergamene dell'uno e dell'altro ente, e non soltanto documenti in cui
una delle parti contraenti era Santa Giulia o San Benedetto di Leno, ma
anche documenti che erano confluiti in uno di questi due archivi come
munimina. Un esame che, per quanto accurato non può portare a risultati
definitici, sembra avvalorare l'ipotesi che almeno nelle prime tre filze
dello scaffale "C" dell'antico archivio di Santa Giulia vi sia in prevalenza
materiale di leno, mentre nelle successive aumenta la percentuale di quello
relativo a Santa Giulia.
Come
ho già detto, è ben difficile accertare la paternità di questi sconvolgimenti
archivistici prima nel Fondo di Religione e poi nell'Archivio di Stato
di Milano, in cui confluì la magistratura creata per amministrare i beni
degli enti religiosi soppressi. Vi è però un indizio che fa supporre che
questo sia avvenuto prima del 1860.
Un documento di investitura
del 1175 agosto 5, Leno6,
pur presentando come autore del negozio giuridico Alberto, abate di Leno,
reca nel verso una segnatura7
totalmente estranea rispetto alle segnature di Astezati presenti su tutte
le altre pergamene della cartella. La considerazione che i beni dati in
investitura siano quelli ceduti pochi decenni dopo la data del documento
al monastero di San Pietro di Modena ha indotto a spostare le ricerche
nell'archivio di questo ente, attualmente conservato in massima parte
nell'Archivio di Stato di Modena. Nel fondo "Soppressioni napoleoniche"
è oltretutto conservato un Indice delle pergamene8
in cui, a p. 245, è appunto registrato questo documento9.
L'archivio di San Pietro di Modena, soppresso appunto in età napoleonica
e trasferito al Fondo di religione di Milano, fu appunto soggetto allo
smembramento a favore del costituendo Diplomatico. Con l'unione dell'ex
ducato estense al regno d'Italia nel 1860, l'archivio venne restituito
alla città di origine. ma nel frattempo le pergamene in cui era menzionato
San Benedetto di Leno avevano preso un'altra strada. Una appunto are stata
aggregata a questo "fondo" nella cartella 94 dell'Archivio Diplomatico:
di alcuni altri pezzi per ora si sono perse le tracce.
Si tratta di un ulteriore
documento del secolo XII10,
di tre del XIII11
e di uno senza data (ma probabilmente dello stesso secolo12,
oltre che di successivi documenti del secolo XIV13.
Presso l'archivio di
Stato di Modena è consultabile un elenco cronologico analitico delle pergamene,
ma i documenti citati relativi a Leno sono totalmente assenti. Si può
quindi ipotizzare che non soltanto il documento del 1175 sia rimasto erroneamente
a Milano dopo il 1860; ma si può supporre che in particolare quello del
secolo XII, non presentando l'indicazione del monastero di Leno tra le
parti contraenti, sia probabilmente confluito in qualche fondo dell'Archivio
Diplomatico, da cui potrà emergere soltanto in seguito a un fortunoso
ritrovamento14.
La
situazione dell'archivio di San Benedetto di Leno è stata comunque, fin
dal secoli del tardo medioevo, cronicamente precaria. Le vicende dell'abbazia,
esposta più che i monasteri urbani ai danni delle vicende belliche, soprattutto
quelle dell'età del Barbarossa, giustificano certamente, almeno in parte,
il discorso di una dispersione del materiale.
Già l'esilio dell'abate
Onesto a Venezia all'epoca di Barbarossa pare sia stato preso anche alcuni
secoli più tardi a pretesto per non esibire documenti o per affermare
la presunta perdita di documenti forse mai esistiti15.
Sicuramente, e in misura
molto maggiore rispetto al caso dell'archivio di Santa Giulia, i documenti
di Leno sono migrati precocemente in altre sedi.
Uno dei casi più antichi,
e finora poco noto, è quello del monastero di Santo Stefano di Bologna.
In particolare si tratta del monastero di San Biagio del Voglio. Già nella
seconda metà del secolo XII le carte, finora inedite, dovevano essere
passate in proprietà al monastero bolognese16.
A Modena il monastero
aveva poi effettuato ben due cessioni, rispettivamente a San Pietro di
Modena e al vescovo della città.
Per la prima di queste
cessioni si è già parlato a proposito dei documenti in parte probabilmente
dispersi nella marea delle pergamene del Diplomatico dell'Archivio di
Stato di Milano. Nell'Archivio capitolare di Modena17
sono invece conservati i documenti riguardanti le dipendenze di Panzano
a est di Modena, documenti che verosimilmente non appartennero mai in
modo diretto all'archivio del monastero a Leno.
Con ogni probabilità
in molte delle dipendenze vi era un apposito archivio: mi riferisco in
particolare alla dipendenza nella città di Verona, menzionata nei documenti
di conferma ma priva di reale documentazione tra i documenti superstiti
di Leno. L'attuale fondo della chiesa di San Benedetto presso l'Archivio
di Stato di Verona presenta soltanto materriale documentario a partire
dalla fine del sec. XIII, ed è privo di ogni riferimento a Leno. Evidentemente
i legamo si erano interrotti da tempo.
Documentazione relativamente
tarda è invece presente nell'Archivio di Stato di Milano per i possessi
di Pontremoli. Si tratta in realtà di pergamene della metà del Trecento,
e la loro conservazione diretta nell'archivio del monastero può essere
spiegata proprio con le convulse vicende coeve alla loro stesura. Ugualmente
molto scarso è il materiale relativo a Fontanellato, che pure aveva mantenuto
stretti rapporti con San Benedetto di Leno: anche qui proprio la conservazione
diretta a Fontanellato della maggior parte del materiale documentario
può spiegare l'assenza di quanto sarebbe lecito aspettarsi in merito a
una dipendenza di rilevante importanza.
L'edizione
delle carte di San Benedetto pare dunque costituire un caso anomalo rispetto
ai piani di edizione dalle carte lombarde già in più sedi prospettate18.
E' impossibile ricostruire
l'archivio nella sua fase di maggiore integrità, nell'imminenza delle
soppressioni. Il fondo di Leno già da secoli si era disperso in mille
rivoli sia per sottrazioni e spestamenti, sia per cessioni ai nuovi proprietari
dei beni: e già nel medioevo probabilmente non esisteva a Leno un archivio
completo, ma molto doveva essere conservato direttemante nelle dipendenze.
Non è quindi credibile
in tempi brevi un'edizione cartacea sull'esempio di quella delle carte
di San Pietro in Monte di Serle19.
Quelle che nel monastero del Piemonte bresciano erano false perdite di
pergamene, nel monastero della Bassa bresciana sono effettivamente delle
dispersioni documentabili. E' quindi per ora più che mai opportuna una
edizione digitale, dove il materiale possa essere immesso progressivamente
seguendo le varie tappe del suo ritrovamento (a volte fortunoso come nel
caso della pergamene ora nel fondo di Santo Stefano dell'Archivio di Stato
di Bologna), ricostruendo con gli opportuni link l'ordine cronologico
e quello dell'appartenenza o meno al fondo di San Benedetto.
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