Dialogo sull’efficienza energetica, a imitazione galileiana composto

 

Crescenzio. Non sono certo insensibile alle ragioni della tutela ambientale, perché anche io condivido con voi, seppure indegnamente, la natura umana e, come tutti, m’incanto davanti a un paesaggio o a un tramonto, ma ditemi cosa avrebbe potuto fare di diverso un uomo che ha sulle sue spalle la responsabilità di governare la nazione più potente del mondo. Il problema è drammatico: in molti Stati del suo paese la domanda di energia è superiore all’offerta. Le compagnie elettriche sono già state costrette a interromperne l’erogazione per alcune ore nei mesi scorsi e, secondo le previsioni, la prossima estate nella sola California si dovrà ricorrere a questa misura impopolare per altre 260 ore. Il che significa che nei quattro mesi più caldi dell’anno i poveri abitanti di quello Stato saranno impossibilitati a far funzionare i loro condizionatori, ad accendere la televisione, a tostare il pane, a usare i loro computers, a navigare in internet, per ben 2 ore al giorno. Una prospettiva terrificante. Ma non è tutto. Quelli che ho elencato sono soltanto i disagi dal punto di vista dei consumatori. C’è poi da considerare che nei periodi di interruzione dell’erogazione di energia elettrica, tutte le attività produttive saranno paralizzate. Pensate che disastro per la Silicon Valley. I dati parlano chiaro: il deficit di potenza necessaria a soddisfare la domanda di energia è di 18 mila megawatt. Cosa ne deriva in termini di prezzi? Una impennata di rincari che ha già raggiunto i 5,7 miliardi di dollari, circa 7.000 miliardi di lire. Di fronte a questa situazione, che si sta estendendo rapidamente ad altri Stati, cosa avrebbe dovuto fare il presidente degli Stati Uniti, se non incentivare la costruzione di nuove centrali per colmare al più presto il divario esistente tra la domanda e l’offerta di energia elettrica?

Simplicio. Non è possibile non essere d’accordo con te sul fatto che di fronte a un deficit così grave non ci sia altra scelta che aumentare la produzione di energia elettrica. Ma non è accettabile che ciò avvenga a danno dell’ecosistema terrestre. Cosa vuol fare il presidente Bush? Aumentare l’estrazione di petrolio autorizzando la perforazione di pozzi anche in ambienti incontaminati come l’Alaska. Aumentare la produzione di carbone e rilanciare il nucleare rimettendo in funzione centrali che erano state chiuse perché insicure. Il petrolio e, in misura ancora maggiore il carbone, comportano forti emissioni di CO2 in atmosfera. Non è un caso che sin dal suo insediamento il nuovo presidente americano abbia dichiarato a gran voce di non sentirsi impegnato a rispettare gli accordi di Kyoto. Il nucleare non comporta emissioni di CO2, ma gravi rischi di incidenti e il problema, ancora irrisolto, delle scorie radioattive.

Crescenzio. Scusa se ti interrompo, ma il presidente Bush si è impegnato a ridurre l’impatto ambientale dei nuovi pozzi di petrolio, soprattutto in Alaska. I suoi esperti hanno studiato una soluzione molto interessante per evitare la costruzione di infrastrutture che modifichino in maniera irreversibile il paesaggio. Le vie di accesso ai pozzi saranno autostrade di ghiaccio che si scioglieranno col disgelo lasciando intatto l’ambiente naturale. Quanto al nucleare, i progressi fatti nella sicurezza consentono di ridurre i rischi praticamente a zero. E per quanto riguarda le scorie, lo sviluppo scientifico e tecnologico prima o poi appronterà una soluzione definitiva.

Simplicio. Per quante precauzioni si possano prendere, la combustione delle fonti fossili causa emissioni di CO2 in atmosfera. Più se ne bruciano, più s’incrementa l’effetto serra. Quanto al nucleare, troppe volte gli scienziati hanno fornito rassicurazioni che alla prova dei fatti si sono rivelate fallaci. A me sembra che la crescita della domanda di energia crei l’opportunità di rilanciare alla grande le energie rinnovabili. Poiché la prevalenza della domanda sull’offerta di energia ha già fatto salire di molto, e farà salire sempre di più i prezzi, le fonti rinnovabili, che sono ancora più care delle fonti fossili, cominciano a diventare concorrenziali. Quale occasione migliore perché i governi si impegnino a sostenerle?

Crescenzio. Io sono realista e vorrei invitarti a tenere i piedi per terra. Per quanto si possa dare impulso allo sviluppo delle energie rinnovabili, il loro rendimento è ancora così basso che non potranno in tempi brevi soddisfare le carenze dell’offerta. Concordo con te sulla necessità di incrementarle anche con forti contributi di denaro pubblico, ma senza perdere la consapevolezza che il loro apporto non potrà che essere ancora percentualmente modesto. Nel frattempo alla richiesta di energia va data risposta immediata. I 18 mila megawatt necessari a soddisfare il fabbisogno della sola California vanno installati nel più breve tempo possibile, sia perché non si possono creare disagi ai cittadini di quello Stato, sia perché occorre ridurre al più presto gli incrementi delle loro bollette energetiche, ma soprattutto perché non si possono porre limitazioni all’attività produttiva da cui deriverebbe una riduzione del prodotto interno lordo e una riduzione dell’occupazione.

Dimeglio. Le vostre posizioni non potrebbero essere più distanti e inconciliabili. Tu, Crescenzio, ti preoccupi, giustamente, dei problemi economici e produttivi, confidando che lo sviluppo scientifico e tecnologico possa porre rimedio ai problemi ambientali generati da un incremento della produzione e dei consumi di energia. Tu, Simplicio, ritieni che occorra dare la priorità ai problemi ambientali causati dalle fonti fossili e dal nucleare, perché irreversibili, mentre i problemi economici causati da una riduzione della disponibilità di energia ti sembrano meno gravi, perché ritieni che in fondo, una diminuzione dei consumi in una situazione di sovrabbondanza non comporti disagi irreparabili. Che, insomma, consumando un po’ meno si possa vivere meglio perché tanti bisogni sono superflui, mentre la riduzione dell’impatto ambientale apporterebbe un deciso miglioramento alla qualità della vita. Ma, nonostante le vostre divergenze, su un punto concordate: che di fronte a un incremento della domanda di energia non si possa far altro che incrementare l’offerta, di fonti che colmino il gap al più presto, secondo la concezione economicista di Crescenzio, di fonti che riducano al minimo l’impatto ambientale, secondo la concezione ecologista di Simplicio. Io vorrei invitarvi a pensare che c’è un’altra risposta possibile: una diminuzione della domanda di energia così significativa che non sia più necessario accrescere l’offerta.

Simplicio. Ma è ciò che io sostengo. Si consuma troppo e si spreca troppo. Costumi di vita basati su una maggiore parsimonia consentirebbero di ridurre la domanda. A quel punto le fonti rinnovabili sarebbero sufficienti per colmare il divario.

Crescenzio. Ma se diminuisce la domanda di energia, diminuiscono sia i consumi, sia la produzione e si avvia una fase di recessione e si incrementa la disoccupazione. Noi siamo condannati a crescere.

Dimeglio. Quando parlo di una diminuzione dei consumi energetici, non penso soltanto, né principalmente a una riduzione dei consumi finali di energia. Quindi, nelle vostre risposte siete fuori strada entrambi. Penso soprattutto a una riduzione dei consumi alla fonte a parità di servizi finali, cioè a un miglioramento dei processi di trasformazione energetica. Gli utenti, sia civili, sia industriali, non hanno bisogno di fonti energetiche, né fossili, né rinnovabili. Hanno bisogno di servizi energetici, di energia utilizzabile: di calore o di fresco, di forza, di elettricità. Se si riesce a dar loro ciò di cui hanno bisogno, o credono di aver bisogno - perché sono d’accordo con te, Simplicio, che molti consumi sono indotti e sostanzialmente inutili, quando non dannosi (ad esempio un caldo o un freddo eccessivo negli ambienti) - consumando meno energia alla fonte possibile, si riducono i consumi energetici senza porre limitazioni non gradite. All’inizio del secolo scorso, le prime centrali termoelettriche avevano un rendimento del 3 per cento, vale a dire che da 100 unità di fonti energetiche sotto forma di carbone o petrolio, si ottenevano 3 unità di energia elettrica utile, mentre 97 unità di energia si disperdevano sotto forma di calore inutilizzato. Oggi i rendimenti delle peggiori centrali termoelettriche sono del 35 per cento. Le migliori arrivano al 55 per cento, le fuel cell al 66 per cento (senza processi di combustione e, quindi senza emissioni di CO2); gli impianti di cogenerazione arrivano al 96 per cento perché hanno un doppio rendimento (energia elettrica e calore); le pompe di calore al loro rendimento energetico sommano il rendimento dell’energia termica che pompano dall’ambiente (aria, acqua di falda, acqua calda di scarto). Negli anni sessanta un’automobile di media cilindrata faceva 10 chilometri con un litro di benzina, negli anni settanta ne faceva 18, una vettura in commercio, di cui non farò il nome, ne fa quasi 30, un’auto sperimentale commissionata da Greenpeace ne fa 35 come alcuni prototipi che le industrie automobilistiche evitano di mettere in produzione (per non far dispiacere ai petrolieri?). Potrei portare decine di esempi, ma ve li risparmio per arrivare subito alle conclusioni del mio ragionamento. Se si desse un forte impulso all’efficienza energetica si potrebbe ridurre la domanda di energia alla fonte senza diminuire il benessere.

Crescenzio. Evitiamo di parlare di politica e cioè di fare deduzioni su chi ha interesse che non si sviluppi l’efficienza energetica. Io sono una persona molto pratica, come ho già detto. Una diminuzione di consumi energetici di questo genere non comporterebbe né una riduzione dei consumi degli utenti, né una diminuzione del prodotto interno lordo e dell’occupazione. Anzi occorrerebbe produrre molte macchine e installare molti impianti che accrescono l’efficienza energetica. Si potrebbe addirittura rilanciare un nuovo ciclo di espansione economica centrato su queste tecnologie.

Simplicio. E si produrrebbero cose che riducono l’impatto ambientale migliorando la qualità della vita. Questa soluzione piace anche a me. Però c’è una cosa che non mi convince. Bisogna anche ridurre i consumi finali di energia, soprattutto quando invece di accrescere il benessere finiscono con portare disagi. Ad esempio, il caldo o il freddo eccessivo negli ambienti, come dicevi prima tu, Dimeglio.

Dimeglio. Hai ragione. Se non si riducono anche i consumi finali, il miglioramento dell’efficienza energetica diventa come una fatica di Sisifo. Negli anni Settanta le automobili hanno quasi dimezzato i loro consumi, ma i consumi globali di benzina e di gasolio da autotrasporto sono cresciuti ugualmente, perché è cresciuto il numero degli automezzi circolanti ed è cresciuta la loro cilindrata media. Una politica combinata di miglioramento dell’efficienza energetica per ridurre i consumi alla fonte, di eliminazione degli sprechi, di riduzione dei consumi superflui, inutili e dannosi, potrebbe comportare, in tempi brevi come giustamente sottolinei tu, Crescenzio, una diminuzione della domanda, eliminando la necessità di costruire nuove centrali elettriche, di perforare nuovi pozzi di petrolio, di aumentare la produzione di carbone, di riattivare centrali nucleari.

Crescenzio. Questo discorso non mi piace perché noi dobbiamo crescere. Non per caso i miei genitori, nel loro ottimismo tecnologico e produttivo mi hanno chiamato come mi hanno chiamato. Però mi viene in mente che in un paese senza fonti energetiche come il nostro, se si accresce l’efficienza energetica e si consumano meno fonti per avere gli stessi servizi finali, diminuiscono le importazioni, si riduce la bolletta petrolifera e con i risparmi si possono ammortizzare gli investimenti nelle tecnologie che accrescono l’efficienza energetica. Interessante. Molto interessante.

Simplicio. A me viene in mente, invece, che se i paesi industrializzati seguissero questa strada, potrebbero anche esportare le tecnologie che accrescono l’efficienza energetica nei paesi in via di sviluppo. In questo modo li aiuterebbero a svilupparsi senza causare effetti devastanti sugli ambienti e potrebbero farsi pagare con i risparmi di consumi alla fonte che consentirebbero di ottenere a quei paesi.

Dimeglio. Sono contento di avervi aiutato a riflettere, ma non entusiasmatevi troppo perché se si seguisse questa strada, qualcuno ci rimetterebbe. I venditori di fonti energetiche, che sono una lobby molto potente. Pare che abbiano avuto un certo peso nell’elezione dell’attuale presidente americano. E forse c’è qualche collegamento tra questo peso e l’attuale politica energetica di Bush. Che siano potenti bisogna prenderne atto e non sottovalutarlo. Ma non vuol dire che siano invincibili. L’unico modo di batterle è che tu, Crescenzio, ti convinca che si può crescere economicamente rispondendo all’incremento della domanda di energia con una diminuzione dell’offerta attraverso una maggiore efficienza dei processi di trasformazione energetica. E che tu, Simplicio, non faccia né delle fughe in avanti, sostenendo che all’incremento della domanda si possa rispondere con una crescita dell’offerta di fonti rinnovabili, che vanno bene ma non sono ancora in grado di soddisfare quote significative di fabbisogno, né che faccia troppo il moralista. Perché ridurre i consumi finali nei paesi industrializzati avanzati si può e farebbe anche bene, ma costruire un consenso su questa scelta non è semplice né immediato. Sulla proposta che vi ho fatto potreste costituire un’intesa in grado di contrapporsi alle logiche distruttive delle lobbies energetiche e dei loro rappresentanti politici.

Maurizio Pallante