A sentire la Confindustria il pre-requisito per ridurre il tasso di disoccupazione è la flessibilità. Che tradotto in chiaro vuol dire possibilità di licenziare e di assumere in relazione all’andamento della produzione. A sentire la Banca d’Italia per accrescere l’occupazione occorre licenziare. Così qualche mese fa i giornali sintetizzavano un rapporto del suo Ufficio Studi, in cui la contraddizione in termini delle conclusioni era così motivata: i licenziamenti consentono alle aziende di ridurre i costi e diventare più concorrenziali, la maggiore concorrenzialità fa acquisire nuove quote di mercato e aumentare gli ordini, con più ordini in portafoglio le aziende devono produrre di più e assumere nuovi lavoratori. Insomma i licenziamenti sarebbero una specie di rincorsa all’indietro per fare un salto in avanti e creare in futuro più occupazione di quanta se ne taglia al presente. La stessa logica sottende l’altra contraddizione in termini secondo cui per creare nuovi posti di lavoro occorre innalzare l’età pensionabile di chi già lavora. A prima vista si direbbe il contrario: se un occupato va in pensione, lascia il posto a un disoccupato. Tuttavia il costo della previdenza incide già in misura così rilevante sui conti pubblici da deprimere la crescita economica, senza la quale non si crea occupazione. Figuriamoci in futuro. Per cui se vogliamo dare lavoro ai giovani occorre togliere questo privilegio agli adulti. Una sorta di lotta di classe generazionale in cui gli industriali si schierano dalla parte degli ultimi contro chi, difendendo propri interessi egoistici, ne impedisce l’emancipazione. Insomma, qualunque sia il punto d’approccio, l’idea di fondo è la stessa. La crescita dell’occupazione dipende dalla crescita del prodotto interno lordo. Maggiore è il suo tasso di crescita, più c’è bisogno di lavorare, più occupazione si crea. Se per far crescere il pil occorre essere più concorrenziali e per essere più concorrenziali occorre ridurre i costi di produzione, tutto ciò che contribuisce a ridurli - i licenziamenti, la flessibilità e l’innalzamento dell’età pensionabile - anche se oggi fanno diminuire temporaneamente l’occupazione, la faranno crescere stabilmente domani.
Ma la crescita del prodotto interno lordo fa davvero crescere l’occupazione?
Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi (valori a prezzi 1990), il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998), la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento. Smentendo la convinzione generalizzata, autorevolmente sostenuta dagli esperti e propagandata a ogni piè sospinto dai mass media, i dati dimostrano che un aumento così rilevante della produzione non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma che la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione totale è scesa dal 41,5 al 35,8 per cento.La ragione per cui la presunta corrispondenza tra la crescita del prodotto interno lordo e la crescita dell’occupazione, in realtà non esiste, è facilmente comprensibile. Ogni volta che in qualsiasi luogo di lavoro si ha un incremento di produzione, ciò avviene in
conseguenza di innovazioni tecnologiche che accrescono la produttività, ovvero la quantità di produzione a parità di tempo. E ogni volta che succede una cosa di questo genere, ogni occupato, a parità di tempo, produce più di prima. Questo è un dato costante in tutta la storia dell’industria. E se non ci si accontenta di osservare il fenomeno, ma si cerca di capirne le ragioni, ci si rende conto che è fisiologico: le imprese in cui non si verifica muoiono, vengono spazzate via dalla concorrenza di altre imprese dello stesso settore che innovando tecnologicamente riducono i loro costi di produzione riducendo l’incidenza della manodopera sul valore aggiunto, vendono di più perché aumentano la produzione, accrescono il loro appeal commerciale producendo cose nuove.L’aumento della produttività, ovverosia la diminuzione percentuale dell’occupazione rispetto alla produzione, non fa diminuire l’occupazione anche in valori assoluti solo nel caso in cui contestualmente avvengano incrementi ancora maggiori della produzione. Se la domanda di un bene cresce più di quanto la produttività riduca l’incidenza della manodopera a sul valore aggiunto, nel settore che lo produce l’occupazione cresce. Ciò si verifica quando nel mercato viene introdotto un bene nuovo che risponda a un bisogno insoddisfatto e che, pertanto, susciti una domanda forte e continuativa nel tempo. Questo è stato il ruolo dell’edilizia, degli elettrodomestici e dell’automobile dal dopoguerra agli anni Settanta. Col passare del tempo però, da una parte il mercato di ogni bene si satura, dall’altra le tecnologie produttive si perfezionano progressivamente fino a superare la soglia oltre la quale la diminuzione percentuale degli occupati si trasforma in diminuzione assoluta, in cui cioè si continua a produrre sempre di più con un numero sempre minore di addetti. Quando si supera questa soglia, la diminuzione degli occupati causata dalle innovazioni tecnologiche di processo e la diminuzione della domanda causata dalla saturazione del mercato vengono compensate da innovazioni tecnologiche di prodotto. Pertanto,
l’occupazione che si perde nei settori tradizionali si trasferisce nei settori che producono beni innovativi. In termini macroeconomici le innovazioni tecnologiche di processo hanno cominciato a ridurre il numero degli occupati dapprima in agricoltura, determinando uno spostamento dell’occupazione verso l’industria e il terziario. In Italia ciò si è verificato a partire dagli anni Cinquanta. Dalla seconda metà degli anni Settanta hanno ridotto l’occupazione anche nell’industria - nonostante il proliferare di beni, spesso di scarsa o dubbia utilità, che sono stati successivamente introdotti sul mercato - determinando un ulteriore spostamento verso il settore terziario. Infine, negli anni Novanta, gli occupati hanno cominciato a ridursi anche nel settore terziario, nonostante che il suo sviluppo inglobasse a ritmi forzati un numero sempre maggiore dei servizi autogestiti nelle famiglie sottraendoli alla sfera del dono e della reciprocità per inserirli nel circuito mercantile.Negli ultimi quaranta anni una crescita del prodotto interno lordo del 335 per cento non ha quindi fatto crescere il numero degli occupati, ma lo ha semplicemente redistribuito in percentuali differenti tra i settori e i comparti produttivi. Questa redistribuzione ha impedito che diminuisse in valori assoluti, ma non ha evitato che, essendo nel frattempo cresciuta la popolazione, subisse un decremento percentuale. Da quando anche nel settore terziario il numero degli occupati è iniziato a diminuire in valori assoluti, poiché non è più possibile riassorbire gli eccedenti in un settore "quaternario" che non esiste, il numero dei disoccupati ha iniziato a crescere sebbene la percentuale delle forze di lavoro sia diminuita (sia cioè cresciuto il numero di coloro che per scoraggiamento e frustrazione hanno smesso di cercare un lavoro che non trovavano, rientrando così nella categoria delle non forze di lavoro) e il prodotto interno lordo abbia continuato a crescere, anche se a tassi inferiori degli anni precedenti. Poiché le diagnosi e le terapie elaborate dalla politica economica non sono in grado di risolvere il problema, da una parte ci si accontenta di ridurre contabilmente il numero dei senza lavoro modificando i criteri con cui vengono conteggiati, dall’altra si comunica il numero dei nuovi posti di lavoro attivati in un certo periodo di tempo senza indicare che sono per lo più precari (interinali, è invalso l’uso di dire: per fare maggiore chiarezza?) e sottacendo il numero di quelli che contestualmente si sono persi.
La crescita del pil non determina quindi un aumento dell’occupazione se non nelle fasi in cui la crescita della produzione è superiore alla crescita della produttività.
Ma la produttività non può essere tenuta bassa per far crescere l’occupazione, perché la concorrenza interna e internazionale non lo consente. Se si vuole incrementare l’occupazione non ci si può pertanto accontentare di perseguire la crescita economica, ma occorre indirizzarla verso beni e servizi di cui c’è una forte carenza e che rispondono a un bisogno inevaso. In cui cioè la crescita della produzione possa essere maggiore della crescita della produttività. I beni e i servizi su cui si è fondato lo sviluppo dei decenni passati non hanno più queste caratteristiche. C’è forse bisogno di aumentare il numero delle automobili, quando quelle già oggi circolanti, oltre a creare sempre più gravi danni ambientali, riducono in misura sempre maggiore la loro utilità specifica creando intasamenti che allungano progressivamente i tempi di spostamento? C’è forse bisogno di nuove case con tutte quelle che vengono acquistate a scopo d’investimento e restano vuote? C’è forse bisogno di nuovi elettrodomestici oltre al normale ciclo delle sostituzioni?Ciò di cui c’è bisogno nei paesi industriali avanzati
, proprio in conseguenza del fatto che negli scorsi decenni l’attività produttiva è stata finalizzata alla crescita del p.i.l., senza nessuna preoccupazione per le conseguenze ambientali che ne potevano derivare sia in termini di inquinamento, sia in termini di esaurimento delle risorse, sono i beni e i servizi che consentono di ridurre l’impatto ambientale dei processi di produzione e più in generale delle attività umane. Solo incentivando, attraverso gli strumenti della politica economica, lo sviluppo di questi beni e servizi è possibile creare un’occupazione quantitativamente significativa e stabile. Se si continua a perseguire la crescita del prodotto interno lordo, ovverosia una crescita connotata semplicemente in termini quantitativi, si aggraveranno sia la crisi ambientale (in entrambi gli aspetti in cui si manifesta: esaurimento delle risorse e inquinamento), sia la crisi occupazionale, perché per sostenere la concorrenza internazionale occorrerà ridurre progressivamente l’incidenza della manodopera sul valore aggiunto. Per evitare che questi effetti indesiderati si verifichino, le innovazioni tecnologiche non devono più essere indirizzate ad accrescere la produttività del lavoro, ma a ridurre il consumo di risorse, le emissioni inquinanti e i rifiuti dei processi di produzione e dei beni di consumo. In questo àmbito c’è molto da fare, non solo per riparare i guasti già fatti, ma per evitare di farne in futuro. Tutto il sistema economico e produttivo deve essere riconvertito in termini di stringente compatibilità ecologica. Le conoscenze scientifiche attuali consentono di farlo e poiché, in ultima analisi la riduzione dell’impatto ambientale dei processi di produzione e dei prodotti passa attraverso una sempre maggiore efficienza nell’uso delle risorse, la riduzione degli sprechi che ne deriverebbe non si traduce soltanto in una riduzione dell’inquinamento e dei rifiuti, ma in una direttamente proporzionale riduzione dei costi di produzione. Riducendo gli sprechi e utilizzando meglio le materie prime e l’energia, non solo si rallenta il loro esaurimento e si riducono le varie forme di inquinamento, ma si ottengono risparmi economici con cui si possono ammortizzare i costi d’investimento nelle tecnologie che consentono di usare meglio le materie prime e l’energia. Un ampio processo di riconversione ecologica dell’economia richiede grandi quantità di lavoro e libera grandi quantità di risorse economiche con cui se ne possono pagare i costi. Nei paesi industriali avanzati non c’è altra strada per accrescere l’occupazione e non ne deriverebbe un’occupazione purchessia, ma utile e qualificata. Il compito dei governi non dovrebbe pertanto ridursi a utilizzare i tradizionali strumenti della politica economica per rilanciare la crescita quantitativa, ma dovrebbe incentrarsi su un uso discreto e attento delle leve fiscali e tariffarie, di incentivi e disincentivi mirati, al fine di indirizzare gli investimenti del sistema produttivo in direzione delle tecnologie ecologiche, lasciando alla libera concorrenza il compito di selezionare i mezzi più efficienti e più efficaci per raggiungere con l’attività produttiva i fini sociali individuati mediante il confronto e la dialettica politica.Nei decenni passati questa strada è stata già in parte percorsa.
Le prime centrali termoelettriche all’inizio del secolo avevano un rendimento del 3 per cento. Da 100 unità di combustibili fossili si ottenevano appena 3 unità di energia elettrica, mentre il 97 per cento si sprecava sotto forma di calore inutilizzato, causando contemporaneamente uno spreco colossale di risorse e un inquinamento senza contropartita. Il rendimento delle centrali termoelettriche oggi è mediamente del 35 per cento, ma i cicli combinati raggiungono il 55 e le fuel cell il 66 per cento. Prima delle crisi energetiche degli anni Settanta le automobili di media cilindrata (1000/1100 cc) percorrevano 10 chilometri con un litro di benzina, raggiungendo la velocità massima di 120 chilometri all’ora. Alla fine del decennio, i chilometri che percorrevano con un litro di benzina erano saliti a 18 e la velocità massima a 150 chilometri orari. Tuttavia questa tendenza non è stata sviluppata se non in minima parte, perché è stata privilegiata una strada meno impegnativa e più brutale per ridurre i costi di produzione: la crescita della produttività del lavoro con l’uso di tecnologie fortemente inquinanti e finalizzate a ridurre l’occupazione a parità di produzione. Queste opzioni sono ancora praticabili (la fabbrica senza operai, la robotizzazione dei cicli produttivi, l’e-commerce, la delocalizzazione delle produzioni inquinanti nei paesi più poveri), ma allo stato attuale delle cose, suicide. Primo perché molte forme d’inquinamento sono globali. Le emissioni di CO2, da qualunque parte del mondo provengano, vanno a incrementare l’effetto serra. Le conseguenze delle piogge acide e del buco dell’ozono non conoscono frontiere, così come gli inquinamenti chimici e radioattivi. Ma anche dal punto di vista occupazionale, se da un punto di vista aziendale la riduzione dell’incidenza della mano d’opera sul valore aggiunto comporta una riduzione di costi e un aumento di concorrenzialità, dal punto di vista macroeconomico determina uno squilibrio sempre maggiore tra crescita dell’offerta e diminuzione della domanda. Se si produce di più con meno addetti, diminuisce il numero di coloro che hanno un reddito con cui possono comprare tutto ciò che si produce.Una nuova fase di sviluppo, fondata sulle tecnologie che riducono il consumo di risorse, l’inquinamento e i rifiuti dei processi produttivi e dei prodotti, consentirebbe invece di attenuare sia la crisi ambientale, come è evidente, sia la crisi occupazionale, perché il mercato che si aprirebbe è ancora in gran parte intatto e ha enormi potenzialità. La quantità di cose da fare per rimettere a posto i danni causati dalla crescita economica quantitativa è enorme. Ma ancora maggiore è la quantità di cose da fare per evitare di farne in futuro. In questa prospettiva la concorrenza si esercita nella capacità di ridurre i costi di produzione attraverso la riduzione non della manodopera, ma delle materie prime e dell’energia sul valore aggiunto. Meglio si utilizzano le risorse, meno se ne sprecano, più si riducono i costi di produzione e più si è concorrenziali. Non fa riflettere il fatto che mentre il nostro paese a Kyoto si è impegnato a ridurre le sue emissioni di CO2 del 6,7 per cento (e non l’ha nemmeno fatto), la Germania si sia impegnata a ridurle del 25 per cento (e sta facendo di più)? Ma la riduzione dell’incidenza delle materie prime e dell’energia sul valore aggiunto non comporta soltanto una proporzionale riduzione dell’impatto ambientale, richiede lavoro nei settori che consentono di ottenere questi risultati. Un lavoro che si paga con i risparmi economici derivanti dalla riduzione dei consumi di materie prime e di energia. Che non ha bisogno di essere assistito col denaro pubblico
. Anziché sperperare sussidi col nobile obbiettivo di far decollare tecnologie ambientali ancora immature e col risultato di rallentarne lo sviluppo (perché se la remunerazione avviene col denaro pubblico, quale stimolo si ha a migliorarle per renderle autosufficienti?), basterebbe rimodulare la tassazione alle imprese, riducendo i contributi sul lavoro e incrementando le tasse sui combustibili fossili, senza accentuare il carico fiscale complessivo (o anche riducendolo se può servire a superare le resistenze). In conseguenza di una misura di questo genere, le aziende che razionalizzano i loro consumi energetici diventerebbero più concorrenziali di quelle che non lo facessero e il nostro sistema produttivo nel suo complesso diventerebbe più concorrenziale a livello internazionale, oltre che più pulito. Le aziende che producono impianti che consentono di razionalizzare i consumi energetici avrebbero una domanda aggiuntiva e il loro sviluppo comporterebbe un incremento dell’occupazione. Per quale ragione non si lavora per realizzare una prospettiva di questo genere? Per pigrizia mentale? Perché si ritiene utopica? O forse perché è proprio vero che Dio acceca quelli che vuol perdere?