DO YOU REMEMBER KYOTO?

Maurizio Pallante

 

A quasi tre anni di distanza dalla Convenzione mondiale sul clima, che si svolse a Kyoto nel dicembre del 1997, si può cominciare a verificare in che misura siano stati sino ad ora mantenuti gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 assunti dal nostro paese. Qualcuno ricorderà che in quella sede si fronteggiarono tre posizioni. Un gruppo di paesi industrializzati, guidato dall’Unione Europea, sosteneva la necessità che tutti gli Stati partecipanti si impegnassero a ridurre in misura considerevole le proprie emissioni di CO2. Un altro gruppo di paesi industrializzati, guidati dagli Stati Uniti, sosteneva che la situazione non fosse così drammatica e che sarebbe stato sufficiente stabilizzarle ai livelli del 1990 perché questo risultato di fatto sarebbe stato una riduzione rispetto al loro tasso tendenziale di crescita che, come è noto, è proporzionale al tasso di crescita del prodotto interno lordo. Infine i paesi in via di sviluppo, guidati dalla Cina, rifiutavano di assumere ogni impegno che in qualche modo avrebbe potuto porre limiti alla loro crescita economica. Se gli occidentali sino ad allora non si erano preoccupati che il loro sviluppo industriale comportasse un incremento dell’effetto serra, non si capiva perché lo stesso diritto non dovesse essere riconosciuto ai popoli che cominciavano appena ad affacciarsi al benessere. Preso atto di questo rifiuto e delle resistenze frapposte dai paesi industrializzati in cui il tasso di crescita economica era più sostenuto, alla Convenzione non restò che trovare un accordo sulla riduzione complessiva delle emissioni di CO2 derivante dalla media degli impegni che ogni nazione decideva di assumersi. La riduzione concordata a livello mondiale fu del 5,2 per cento nel 2010 rispetto al 1990.

A Kyoto il nostro paese fu tra i più accesi sostenitori del gruppo che puntava alle maggiori riduzioni possibili. E non poteva essere altrimenti, dato che a rappresentarlo era un ministro dell’ambiente verde. Tuttavia, al termine di estenuanti logomachie, si limitò ad assumere l’impegno di una riduzione del 6,7 per cento, al di sotto della media dell’Unione Europea, che si attestò all’8 per cento, e a una distanza incolmabile dalla Germania, che si accollò l’onere di una diminuzione del 25 per cento. Bella forza, sostennero a denti stretti i nostri rappresentanti, gran parte del fabbisogno energetico tedesco è soddisfatto dal carbone, basta che lo sostituiscano col metano che a parità di calorie emette la metà di CO2, per raggiungere il loro obbiettivo senza deprimere i consumi energetici. Noi che usiamo poco carbone otterremo i nostri risultati con le energie alternative. In realtà i tedeschi non puntavano solo sulla sostituzione delle fonti, ma anche sullo sviluppo delle tecnologie che accrescono l’efficienza dei processi di trasformazione energetica, in modo da ridurre i consumi senza deprimere i servizi finali. Così i loro prodotti industriali, richiedendo meno energia alla produzione e consumando meno energia nel corso della loro vita sarebbero diventati più concorrenziali sul mercato europeo.

A partire da questo gap iniziale, occorreva comunque predisporre un programma di iniziative finalizzato a mantenere gli impegni assunti a Kyoto. Si avviò pertanto, tra lo staff del Ministero dell’Ambiente e l’Enea, un gran daffare a colpi di convegni per quanto è lunga e larga la penisola, in preparazione di una Conferenza nazionale sull’energia che si svolse in pompa magna a Roma nel novembre del 1998. Lì furono presentate le proposte elaborate dal governo per raggiungere gli obbiettivi che si era posto .

Qual è lo stato di attuazione a due anni di distanza? Dal 1990 al 1999 le nostre emissioni di CO2 sono aumentate del 4,46 per cento. Nel contempo cosa è successo in altri paesi europei? In occasione della conferenza di verifica degli impegni assunti a Kyoto che si è svolta a Lione dal 4 al 15 settembre 2000, Michael Meacher, Ministro dell’Ambiente della Gran Bretagna, e Jürgen Trittin, Ministro federale dell’Ambiente, della Protezione della natura e della Sicurezza dei reattori nucleari della Repubblica Federale Tedesca, hanno presentato un documento congiunto in cui si legge che in Germania, tra il 1990 e il 1999 le emissioni di CO2 sono state ridotte del 15,3 per cento, malgrado la decisione governativa di abbandonare il nucleare, e che il trend in corso lascia prevedere il raggiungimento del 25 per cento entro il 2005 (5 anni prima della scadenza), mentre in Inghilterra, tra il 1990 e il 1998 la riduzione è stata dell’8,5 per cento e si prevede che nel 2010 raggiungerà il 21,5 per cento, andando ben oltre l’impegno assunto a Kyoto, che era del 12,5 per cento.

Evidentemente il programma elaborato dal Ministero dell’Ambiente non era adeguato a raggiungere gli obbiettivi assunti dal governo. Qualche sospetto in proposito lo avevamo avanzato, Mario Palazzetti ed io, in un saggio scritto prima della Conferenza nazionale sull’energia e pubblicato dalla rivista "Il Ponte" nel numero di gennaio-febbraio 1999. Non servì allora, speriamo che serva di più oggi riassumere le nostre critiche e le proposte alternative che abbiamo avanzato.

L’anomalia che più colpisce in quel programma è lo sbilanciamento tra il comparto elettrico, che assorbe circa un terzo dei consumi di energia alla fonte e da cui si ipotizza di ottenere un contributo del 50 per cento alla riduzione complessiva delle emissioni di CO2, e il riscaldamento degli ambienti, da cui, a fronte di una incidenza pressoché identica sui consumi di energia alla fonte (circa il 30 per cento) si calcola di avere un apporto di appena il 7 per cento, sebbene sia tecnicamente molto più semplice ridurre gli sprechi e i consumi a parità di comfort. Più equilibrate sono le previsioni nel settore dei trasporti, che assorbe circa un quarto dei consumi di energia alla fonte e da cui si ipotizza un contributo del 28 per cento, senza che però si sia andati oltre la semplice enunciazione dell’obbiettivo, perché non saranno certo i pochi autobus a metano acquistati negli ultimi anni a consentire di raggiungerlo e, men che mai, le per fortuna poche auto elettriche, che accrescendo i consumi di energia lo allontanano. Per completare il quadro, il 10,7 per cento della riduzione complessiva delle emissioni di CO2 è affidato alla sostituzione di una quota di combustibili solidi e di petrolio con il metano, che a parità di calorie, ne produce rispettivamente il 50 e il 25 per cento in meno, mentre i pochi decimi restanti sono assegnati al riciclaggio di vetro e alluminio e alla promozione dei biocarburanti.

Non è difficile indovinare nello sbilancio a favore dell’energia elettrica lo zampino (anzi lo zampone) dell’Enel. E in effetti, il grosso delle riduzioni è assegnato al miglioramento dell’efficienza nelle centrali termoelettriche, mentre il contributo previsto dalla cogenerazione è inferiore non solo alle possibilità, ma alle stesse richieste avanzate dalle industrie di installare a proprie spese impianti di produzione combinata di energia elettrica e termica. Come mai, nel momento in cui della riduzione delle emissioni di CO2 si fa una bandiera di civiltà e progresso si rifiuta e si impedisce l’apporto che potrebbe essere dato dalle imprese private? Evidentemente perché un forte sviluppo della cogenerazione da parte dei privati incide sul monopolio (ormai privato anch’esso) dell’Enel. Tanto, sulla base delle previsioni elaborate dai tecnici del Ministero dell’Ambiente e dell’Enea non ce n’è bisogno. Ciò che può fare l’Enel nelle sue centrali, anche un po’ di cogenerazione per il teleriscaldamento tanto da accontentare i mandarini verdi, è più che sufficiente. A parte il fatto che sulle previsioni dei tecnici è lecito nutrire qualche dubbio (qualcuno ricorderà che secondo altre previsioni tecniche, quindici anni fa senza il nucleare saremmo restati al buio e gli ascensori si sarebbero fermati a metà nelle trombe delle scale), chiunque capirebbe che affidare la riduzione dei consumi energetici a un venditore di energia in condizioni sostanzialmente monopolistiche è come insediare Dracula alla presidenza dell’Avis.

E in effetti da allora a oggi l’Enel non ha fatto altro che incentivare la crescita dei consumi di elettricità. Non si erano ancora spenti i riflettori sul palcoscenico della Conferenza nazionale che l’authority per l’energia modificava le tariffe elettriche. La progressività dei costi veniva invertita. In precedenza i primi 220 kilowattora consumati ogni mese rientravano nella cosiddetta tariffa sociale e costavano poco, i successivi costavano progressivamente di più. Questo meccanismo costituiva oggettivamente un disincentivo alla crescita dei consumi elettrici, per cui ci si sarebbe aspettato che per favorire il raggiungimento degli obiettivi sottoscritti a Kyoto il governo si fosse proposto di accentuarlo, o quanto meno di pubblicizzarlo. Invece la fascia sociale è stata ridotta ai redditi più bassi misurati in base al riccometro, mentre per tutti gli altri il costo del kilowattora è stato ridotto al crescere dei consumi. Più si è energivori e spreconi, meno si paga. In secondo luogo sono stati ridotti i costi dei contatori da 6 kW e aumentati i costi dei contatori da 3 kW al di sotto di una certa soglia di consumo. Inutile dire che sulla scorta di questo sostegno, l’Enel ha lanciato una campagna pubblicitaria per incentivare la trasformazione dei contatori da 3 a 6 kW. A prescindere, direbbe Totò, dalle motivazioni offensive per l’intelligenza comune sostenute negli spot radiotelevisivi, l’unica vera ragione per richiedere questa modifica è l’installazione degli impianti di condizionamento, che si stanno diffondendo con un fortissimo tasso di crescita e comportano una ulteriore impennata dei consumi energetici e delle emissioni di CO2, accentuando il surriscaldamento del clima a cui con essi si cerca di porre rimedio.

Per quanto riguarda le modestissime riduzioni delle emissioni di CO2 previste nel riscaldamento degli ambienti basta fare un confronto tra i consumi energetici degli edifici in Italia, Svezia e Germania. Secondo i dati riportati da due dei più prestigiosi istituti di ricerca sull’ambiente a livello mondiale, il Wuppertal Institut e il Rocky Mountain Institute, in Svezia lo standard in vigore dal 1983 per l’isolamento termico degli edifici non autorizza perdite di calore superiori a 60 kilowattora al metro quadro all’anno. In Germania le perdite di calore degli edifici sono mediamente di 200 kilowattora al metro quadro all’anno. In Italia raggiungono i 500. Per allinearsi agli standard svedesi nel nostro paese si dovrebbero dunque ridurre di un fattore 10. Se per pura ipotesi teorica ciò avvenisse, il riscaldamento degli ambienti scenderebbe dal 30 al 4 per cento dei consumi energetici. Se ci limitassimo a raggiungere la Germania, l’efficienza del riscaldamento dovrebbe aumentare di 2,5 volte e la sua incidenza sui consumi globali di energia si ridurrebbe a circa il 12 per cento. Gli impegni assunti a Kyoto sarebbero rispettati a passo di carica. Per raggiungere questi livelli occorre un programma di ricostruzione nazionale, simile a quello che ha impegnato il nostro paese nel dopoguerra, finalizzato alla ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente. Avviare un programma di questo genere non costerebbe nulla alla collettività, perché gli investimenti e i posti di lavoro verrebbero pagati dai risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici. I capitali necessari arriverebbero dalla riduzione della bolletta petrolifera e dal miglioramento della bilancia commerciale. E in ogni edificio ristrutturato si rispecchierebbe un pezzetto di cielo più pulito.

Alla sottovalutazione dell’efficienza, nel documento ministeriale fa da contraltare una sopravvalutazione delle energie alternative, in particolar modo del fotovoltaico, in ossequio a uno dei più tenaci miti "verdi". Difficilmente potrebbe essere contestata la purezza delle intenzioni da cui questo mito è alimentato, ma basta fare due conti per capire che l’efficienza energetica, con costi di investimento molto minori consente di ottenere riduzioni molto maggiori nelle emissioni di CO2. Data l’entità del problema e la vicinanza delle scadenze, monsieur de La Palisse sosterrebbe che è meglio investire in tecnologie che costano meno e rendono di più piuttosto che in tecnologie che costano di più e rendono meno.

Un kW fotovoltaico di picco (cioè nelle migliori condizioni di insolazione) consente di ottenere circa 1.800 kWh all’anno. Poiché ogni kWh prodotto in centrale termoelettrica genera 700 grammi di CO2, ogni kW fotovoltaico fa diminuire le emissioni di 1.260 kg all’anno (1.800 kWh x 700 gr). Secondo i dati forniti da Cogen Europe, un’associazione costituita dalle principali aziende europee che producono e installano cogeneratori, ogni kWh prodotto in cogenerazione ne evita 450 grammi, per cui per ottenere identici risultati occorrono 2.800 ore di funzionamento all’anno (le necessità di un impianto civile finalizzato esclusivamente al riscaldamento). La differenza è nel costo di installazione, che per i cogeneratori è di circa 2 milioni lire al kW, mentre per il fotovoltaico è di 20 milioni. Se l’impianto di cogenerazione è usato anche per il condizionamento estivo, le ore di funzionamento annuo salgono a 3.800, se è installato in una utenza industriale a 8.000, per cui le riduzioni delle emissioni di CO2 a parità di investimento crescono in proporzione. Per aiutare il fotovoltaico a decollare, il Ministero dell’Ambiente ha varato un progetto denominato "Tetti fotovoltaici" stanziando 1,2 miliardi per installarne 50 kW, da cui si dovrebbero ricavare 90.000 kilowattora annui di elettricità. Per ottenere la stessa produzione elettrica basta un cogeneratore da 30 kW che lavori 2.800 ore all’anno (un’utenza domestica senza condizionamento estivo). Costo d’investimento: 60 milioni anziché 1,2 miliardi. Consumo di metano: pressoché equivalente a quello di una caldaia di pari potenza termica. Se invece la cifra di 1,2 miliardi venisse spesa in impianti di cogenerazione, si installerebbe una potenza di 600 kW, da cui si ricavano 1.680.000 kilowattora elettrici all’anno anziché 90.000. La riduzione delle emissioni di CO2 sarebbe di 756 tonnellate anziché 63. Questo confronto non viene fatto per sostenere che si debba abbandonare il fotovoltaico a favore della cogenerazione, ma che non si deve abbandonare la cogenerazione a favore del fotovoltaico se si vogliono mantenere gli impegni assunti a Kyoto. Entrambe le tecnologie devono essere perseguite, evitando però di fare errori di prospettiva. La prima consente di avere già oggi risultati significativi e ripaga in tempi economicamente utili i suoi costi d’investimento. La seconda offre risultati ancora modesti e non copre i suoi costi, ma va sostenuta finanziariamente e accompagnata fino alla soglia dell’autosufficienza.

Raggiungere gli obbiettivi di Kyoto oggi è più difficile di tre anni fa, ma si può ancora tentare. Purché ci si liberi dalla tutela interessata di chi vende energia e si operi una inversione di tendenza, utilizzando tutte le possibilità offerte dalla tecnologia per accrescere l’efficienza energetica e ridurre i consumi alla fonte a parità di servizi finali. Occorre provarci per ragioni ambientali, conviene farlo per ragioni economiche, è l’opportunità più interessante di creare occupazione in questa fase storica. Un governo di centro-sinistra potrebbe trovare qualcosa di più adeguato su cui fondare la sua politica economica e industriale?

 

25 ottobre 2000

 

Anno

Combustibili solidi

Mtep

CO2

Mton

Petrolio

Mtep

CO2

Mton

Metano

Mtep

CO2

Mton

Elettricità primaria

Mtep

CO2

Totale

Mtep

Totale CO2

Mton

variaz.%

su anno preced.

1990

15,8

63,2

92,6

277,8

39,1

78,2

16

0

163,5

419,2

 

1995

13,8

55,2

95,7

287,1

44,9

89,8

18,2

0

172,6

432,1

+3,07

1996

12,7

50,8

94,3

282,9

46,4

92,8

19,4

0

172,8

426,5

-1,3

1997

12,9

51,6

94,4

283,2

47,7

95,4

19,7

0

174,7

430,2

+0,86

1998

12,1

48,4

94,4

283,2

51,5

103

20,7

0

178,7

434,6

+1

1999*

12,1

48,4

92,5

277,5

56

112

22,2

0

182,8

437,9

+0,75

Elaborazioni su dati Enel e Snam

* Dati provvisori

 

 

Nel settore delle energie rinnovabili i risultati più interessanti si possono ottenere dalle biomasse, sia riutilizzando a fini energetici i rifiuti ligneo-cellulosici, sia coltivando appositamente i boschi per avere legna da ardere. Nel primo caso oltre a ridurre il consumo di combustibili fossili, si riducono anche le emissioni di CO2 e di metano (che è venti volte più opaco all’infrarosso della CO2) derivanti dalla decomposizione di questi materiali in discarica. Nel secondo, la coltivazione del bosco comporta anche un maggiore assorbimento della CO2 mediante il potenziamento della fotosintesi clorofilliana. In entrambi i casi si avrebbe un duplice vantaggio sia in termini economici che in termini ecologici, mentre tutte le altre fonti rinnovabili, comprese le più efficienti e pulite - eolica e idroelettrica - comportano uno specifico impatto ambientale, per cui in generale un kilowattora risparmiato incrementando l’efficienza, ovvero un negawattora, è preferibile a un kilowattora termoelettrico sostituito con un kilowattora prodotto da fonti rinnovabili.

 

 

Nel corso delle ere geologiche nella composizione dell’atmosfera si è stabilizzata una concentrazione di anidride carbonica di 270 parti per milione. Questo gas ha un ruolo determinante per la temperatura della terra, poiché filtra la radiazione solare riflessa dalla sua superficie e ne trattiene una parte impedendole di disperdersi nello spazio. Se ciò non avvenisse, la temperatura media terrestre sarebbe di -18°C, mentre si è assestata intorno ai +15°C. L’effetto serra fisiologico è dunque di 33°C. Negli ultimi cento anni la percentuale di anidride carbonica nell’aria è salita da 270 a 380 parti per milione, con un incremento totale di 110 parti per milione. Ciò ha comportato un incremento dell’effetto serra, da cui è derivato un innalzamento della temperatura terrestre che può avere, o forse ha già cominciato ad avere effetti molto preoccupanti sul clima.

 

 

L’effetto serra in primo luogo è causato dalle grandi quantità di anidride carbonica che vengono generate dalla combustione, in particolare degli idrocarburi e del carbone con cui attualmente si soddisfa l’85 per cento del fabbisogno energetico mondiale. L’uso dei combustibili fossili sposta grandi quantità di carbonio dal sottosuolo all’atmosfera. A fronte di questa sempre maggiore produzione di anidride carbonica, la capacità dell’ecosistema terrestre di assorbirla attraverso la fotosintesi clorofilliana è stata drasticamente ridotta dalle deforestazioni attuate nel corso dei secoli per ampliare le aree agricole e le aree urbane. Una ulteriore riduzione della biomassa vegetale viene causata dalle piogge acide, che la bruciano, e dalla radiazione ultravioletta che, filtrando attraverso il buco dell’ozono, danneggia le gemme di molte specie. La somma e le interazioni di questi processi danno come risultato finale una immissione nell’atmosfera di 155 e un assorbimento di 150 Gigatonnellate all’anno di carbonio, con un saldo attivo di circa 5 Gigatonnellate, che si accumulano e vanno ad aggravare progressivamente l’effetto serra. Questo valore corrisponde in sostanza al consumo annuo delle risorse fossili.

 

Se la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera continua a crescere con la stessa intensità degli ultimi 100 anni, in cui è salita da 270 a 380 parti per milione, con un incremento medio di 11 parti per milione ogni dieci anni, nei prossimi 30 anni si avrà un aumento di 33 parti per milione, che corrisponde a un aumento percentuale di circa il 10 per cento. Poiché l’effetto serra fisiologico è di 33°C e l’anidride carbonica incide nella sua crescita per circa il 50 per cento (il restante 50 per cento è dato dalla somma di altre sostanze gassose: metano al 19 per cento, clorofluorocarburi al 16 per cento, ossidi di azoto, ossido di carbonio, ozono e altri gas in percentuali minori), l’aumento medio della temperatura terrestre che ne potrebbe conseguire è di circa +1,7°C (10 per cento di 33°C/2). Variazioni di temperatura di questa entità sono considerate molto pericolose per l’equilibrio del pianeta perché possono generare variazioni nelle correnti aeree, da cui possono derivare diminuzioni delle precipitazioni atmosferiche in alcune zone del mondo e aumenti in altre. Determinante in questa dinamica sarà il ruolo del mare, che assorbe grandi quantità di anidride carbonica e che in seguito all’aumento della temperatura terrestre potrebbe mutare questa capacità. La prospettiva più pericolosa è che si verifichi un innalzamento della temperatura e una diminuzione delle precipitazioni nella fascia temperata, dove attualmente si ricava la maggior parte della produzione cerealicola mondiale, perché comporterebbe conseguenze disastrose per l’alimentazione dell’umanità. Inoltre la distruzione di ampie aree boschive a causa di cambiamenti del clima aggraverebbe ancora l’effetto serra, avviando una reazione non più controllabile.