CARO PETROLIO

Maurizio Pallante

 

Non ce n’è uno che canti fuori dal coro. Sembra di sentire tanti pappagalli ammaestrati che ripetono le stesse identiche frasi. Il ragionamento è elementare e all’apparenza incontrovertibile. L’aumento dei prezzi del petrolio è causato da un aumento della domanda, indotto dalla crescita economica e produttiva, a cui non corrisponde un adeguato aumento dell’offerta. Se non si accresce l’offerta, i prezzi continueranno a salire e la ripresa economica subirà contraccolpi negativi. Occorrerà - ahi, ahi – rivedere al ribasso le previsioni di aumento del prodotto interno lordo. Ottocento mila barili in più al giorno non sono serviti nemmeno a scalfire il divario esistente. Ne occorrono almeno altri cinquecento mila.

A questo nocciolo duro, i più saggi (insegnano materie economiche all’università e conoscono sia l’inglese che l’informatica, non sono mica gli scemi del villaggio globale) aggiungono che occorre diversificare le fonti per attenuare la dipendenza dai paesi arabi nel settore strategico dell’energia. Tradotto in chiaro vuol dire: riapriamo il discorso sul nucleare. Poiché finalmente e a duro prezzo siamo entrati in Europa, basterebbe vedere cosa succede in Francia: lì anche se il nucleare non solo soddisfa tutto il fabbisogno di energia elettrica, ma produce eccedenze da svendere, i prezzi del gasolio da autotrazione sono aumentati lo stesso e i camionisti d’oltralpe sono stati i primi a incazzarsi. Eppoi, dato che tra la posa della prima pietra di una centrale nucleare e la produzione del primo chilowattora passano almeno dieci anni (ammesso che a furor di popolo si decida di posare subito la prima pietra), non sembra che questa proposta possa essere in grado di incidere tempestivamente sulla situazione attuale dell’offerta e dei prezzi. Collocati su sponde opposte, i mandarini del partito verde, sostengono una diversa diversificazione delle fonti, dal fotovoltaico all’eolico, che come è noto non servono, ahimé, nemmeno loro a far girare i motori e a riscaldare le case. Ma differenze di opzioni a parte, si muovono con la stessa presbiobia per quanto riguarda i tempi di produzione di quantità significative di chilowattora e nella stessa logica di rispondere all’aumento della domanda con un aumento dell’offerta di energia.

Se, invece, con uno sforzo di fantasia suprema, ripescando tra le nostre scarse conoscenze di economia politica provassimo a pensare che una diminuzione dei prezzi può essere ottenuta anche diminuendo la domanda? Bravo te, risponderebbero i soloni che l’economia politica la insegnano all’Università. Per diminuire la domanda occorre produrre e consumare di meno. Per la crescita del prodotto interno lordo sarebbe un disastro. Altro che i pochi decimi di percentuale su cui si accapigliano le due scuole di pensiero, socialdemocratica e cattolica, attraverso i loro massimi rappresentanti istituzionali!

In effetti, se la diminuzione della domanda venisse attuata con una riduzione dei consumi finali in una logica neofrancescana, lodevole ma difficilmente praticabile, sarebbe così. Se invece la diminuzione della domanda venisse perseguita sviluppando le tecnologie che accrescono l’efficienza dei processi di trasformazione energetica in modo da soddisfare lo stesso, o anche un maggior fabbisogno di servizi finali con una minore quantità di consumi alla fonte, non ci sarebbe alcuna riduzione della crescita economica e produttiva, ma un aumento stabile e costante. Per un economista dovrebbe essere una ragione più che sufficiente per prendere in esame questa possibilità. Per un ecologista ci sarebbe in più il vantaggio di ridurre le emissioni di CO2 e l’incremento dell’effetto serra. Cosa che non rientra nei parametri di valutazione degli economisti nonostante i blabla di Kyoto, ma che ciò nonostante gioverebbe anche al loro benessere perché, come tutti, partecipano della natura umana e dei suoi limiti. Per scendere dall’enunciazione ai fatti, non c’è di meglio che fare qualche esempio in relazione alle tre voci in cui si suddividono i consumi di fonti energetiche: la produzione di energia elettrica, il riscaldamento degli ambienti e l’autotrasporto.

Per far fronte alla crescita della domanda di energia elettrica l’AEM di Torino ha quasi ultimato la costruzione di una nuova centrale idroelettrica. Energia pulita, quindi. Tuttavia, poiché anche le energie rinnovabili non sono così pulite come si dice, per ridurre al minimo l’impatto ambientale sul paesaggio (sull’ecosistema idrico i danni non sono evitabili) ha dovuto sostenere un impegno finanziario molto superiore a quello che aveva previsto. E di questa sensibilità ecologica ne fa un vanto. In realtà, avrebbe potuto far meglio spendendo di meno ed evitando ogni impatto ambientale, se invece di incrementare l’offerta avesse contribuito a ridurre la domanda. Sarebbe bastato fornire a ogni utente uno stock di lampade a risparmio energetico senza fargliele pagare, ritirando le vecchie per riciclarne i materiali. L’investimento sarebbe stato molto inferiore. Le nuove lampade avrebbero fatto diminuire la domanda di energia elettrica e i costi della bolletta degli utenti. Per recuperare l’investimento, sarebbe bastato che l’azienda avesse continuato a far pagare per qualche mese agli utenti l’importo medio delle bollette precedenti. Una volta che questo obiettivo fosse stato raggiunto, il costo delle bollette sarebbe diminuito, gli utenti avrebbero avuto un risparmio senza aver sostenuto spese e l’azienda avrebbe chiuso l’esposizione finanziaria in tempi brevissimi. Effetti indotti: la crescita della produzione di lampade ad alta efficienza avrebbe contribuito ad abbassarne i costi stimolando la crescita della domanda anche da parte degli utenti serviti dall’Enel (ahi, ahi, ahi…); lo sviluppo della produzione di lampade ad alta efficienza avrebbe comportato un incremento dell’occupazione in questo settore; si sarebbe dato un contributo decisivo alla diffusione di massa dell’idea che usare bene l’energia si può e conviene. Sarebbe stato più o meno utile per la modificazione dei comportamenti collettivi di una domenica a piedi in città? Avrebbe contribuito di più o di meno a ridurre le importazioni di prodotti petroliferi e ad abbassarne i prezzi?

L'idroelettrico copre appena il 20 per cento dei consumi di energia elettrica. L’80 per cento del fabbisogno è soddisfatto dalla produzione di energia termoelettrica. Un terzo del petrolio che importiamo si brucia nelle centrali. Ridurre i consumi in questo settore ha quindi un’importanza strategica. Le possibilità in questo settore sono molto più ampie di quanto il monopolio dell’Enel abbia abituato a pensare. La scelta strategica in questo caso è la cogenerazione, ovvero la generazione combinata (co-generazione) di energia elettrica e termica da un solo processo di combustione. Ogni volta che si sviluppa calore ad alta temperatura per far girare una turbina o un motore (è il caso tipico della produzione termoelettrica), al termine di questo processo si ha un calore a una temperatura non più sufficiente per svolgere altro lavoro, ma più che sufficiente per riscaldare. E fin qui l’Enel e le aziende municipalizzate (oggi per lo più S.p.A. pubblico-private) ci sono arrivate realizzando qualche impianto di teleriscaldamento, anche perché ne hanno convenienza. Dove invece si è fatto troppo poco perché il monopolio elettrico lo ha impedito, e quel poco che si è fatto ha dovuto superare mille ostacoli, è stato in tutte le situazioni in cui si produce calore per usi tecnologici o per riscaldamento. Bruciare petrolio per ricavare calore a bassa temperatura è un crimine nei confronti dell’atmosfera e dell’intelligenza tecnologica di cui tanto ci vantiamo. Ovunque si accende una fiamma si può e, se si vuole usare bene l’energia riducendo i consumi alla fonte senza penalizzare i servizi finali, si deve sfruttare contemporaneamente la sua capacità di svolgere un lavoro e di fornire calore. Ogni impianto di riscaldamento può diventare un impianto di cogenerazione in cui lo stesso petrolio che oggi si brucia per ricavare calore a bassa temperatura viene utilizzato per ottenere calore ad alta temperatura e produrre energia elettrica, riservando per gli usi termici il calore di scarto che ne deriva. Questa utilizzazione è particolarmente efficace e vantaggiosa negli impianti industriali che hanno bisogno di calore tecnologico per tutto l’anno. Se il greggio che oggi si utilizza nelle raffinerie di petrolio per ricavare il calore necessario ai processi di raffinazione (il 10 per cento circa di quello che importiamo) venisse utilizzato per fare energia elettrica e si utilizzasse il calore di scarto per i processi di raffinazione, si otterrebbe una produzione di energia elettrica in più pari a quella di 5 centrali nucleari da 2000 megawatt, con tempi di realizzazione più brevi, costi più bassi, rischi inferiori, riduzione delle importazioni di petrolio e delle emissioni in atmosfera. Ma le ipotetiche centrali termoelettriche da affiancare alle raffinerie, o da installare negli stabilimenti industriali, o da collocare al posto degli impianti di riscaldamento negli edifici pubblici e privati, dovrebbero essere costruite, gestite, manutenute. Tutto ciò richiede investimenti, crea occupazione, fa crescere il prodotto interno lordo, fa diminuire la domanda e i prezzi del greggio, riduce il costo della bolletta petrolifera e le emissioni di CO2.

E passiamo al riscaldamento degli ambienti, che assorbe il 30 per cento dei consumi globali (più dell’autotrasporto, che si attesta al 25 per cento). Per ridurre i consumi alla fonte in questo settore, senza deprimere il comfort termico, basterebbe approvare una leggina che imponga il pagamento a consumo del riscaldamento nei condomini. Finché il pagamento è a forfait, in base ai millesimi dell’alloggio (i metri cubi corretti con un coefficiente che tiene conto della sua posizione nello stabile), non ci sono incentivi a razionalizzarli. Prendiamo in considerazione due alloggi che pagano la stessa cifra. Se uno dei proprietari volesse mettere i doppi vetri, un sistema di valvole che chiudano automaticamente il flusso di calore quando raggiunge una certa temperatura e lo riaprano quando ne scende al di sotto, che lo abbassino al minimo nelle ore in cui non c’è nessuno in casa e lo rialzino un’ora prima del rientro, costui dovrebbe sostenere delle spese senza nessun vantaggio perché continuerebbe a pagare per il riscaldamento la stessa cifra dell’altro proprietario che non faccia nulla. Se invece pagasse il riscaldamento al consumo, spenderebbe molto di meno senza diminuire il suo comfort e con i risparmi sui costi di gestione potrebbe pagare le quote d’ammortamento dell’investimento. Una volta saldato il suo debito avrebbe una riduzione permanente dei suoi costi.

Quando sentono questa proposta gli interlocutori più avvertiti domandano: "E chi non ha i soldi per fare l’investimento? E chi non è in grado di scegliere la tecnologia più adatta alla sua realtà specifica? E chi non sa calcolare se il tempo di rientro di questo investimento è più o meno interessante di altri investimenti?". Basterebbe sviluppare la contrattualistica raccomandata vanamente dall’Unione Europea, applicata con successo negli Stati Uniti e in qualche caso anche in Italia, che va sotto il nome di "finanziamento tramite terzi". Il meccanismo è semplice. L’utente non paga nulla. L’investimento è a carico della società che propone la ristrutturazione energetica e che si ripaga incassando per un numero di anni prefissato contrattualmente il risparmio economico conseguente al risparmio energetico che riesce a ottenere. Maggiore è il risparmio, minore è il numero degli anni necessari a pagare l’investimento con il risparmio. Si avvierebbe una bella concorrenza: le aziende sarebbero costrette a cercarsi la clientela con innovazioni tecnologiche finalizzate ad accrescere il più possibile l’efficienza energetica. Risultati: riduzione sempre maggiore dell’inquinamento atmosferico, riduzione sempre maggiore dei costi sia per i singoli sia per il paese nel suo insieme, diminuzione dei consumi e, quindi, dei prezzi dei prodotti petroliferi, diminuzione della dipendenza dagli sceicchi. Per finire, un aumento: quello dell’occupazione nei comparti produttivi che producono e installano tecnologie e sistemi che accrescono l’efficienza energetica: dalle aziende con le tecnologie più sofisticate agli artigiani che realizzano infissi e installano i doppi vetri.

Un ampio programma di riduzione dei consumi energetici in questo settore potrebbe avere uno slancio determinante se i contratti in cui "paga chi vende" diventassero la regola per la pubblica amministrazione. Basterebbe razionalizzare energeticamente gli edifici pubblici per raggiungere la massa critica necessaria ad avviare una reazione a catena. Gli enti pubblici non dovrebbero investire una lira. Continuerebbero a pagare sulle spese di gestione gli stessi costi energetici attuali per qualche anno fino all’estinzione del debito, poi avrebbero forti risparmi. Se i contratti energia pubblici fossero impostati in questo modo, le aziende che oggi vendono prodotti petroliferi (per cui più ne vendono più guadagnano, pensa che contributo possono dare al risparmio energetico!), passerebbero a vendere servizi. Tanto il cliente non ha bisogno di litri di gasolio o di metri cubi di metano, ha bisogno di calorie. E se io fornitore le calorie te le do in modo efficiente, più sono efficiente e meno materie prime devo usare per dartele (allora sì che mi conviene economicamente il risparmio energetico!).

Invece di fare così le pubbliche amministrazioni comprano auto elettriche, convinte (?) di far bene. Come si fa l’energia elettrica? All’80 per cento bruciando oli combustibili nelle centrali. Come si immagazzina l’energia elettrica nelle auto? Con un pacco di batterie che in una vettura di media cilindrata pesa circa 200 chili, facendo crescere di un terzo il suo peso totale. Una vettura più pesante consuma più o meno di una vettura più leggera? Ah, saperlo, saperlo… La risposta esatta è: consuma di più soprattutto in città, perché i consumi sono proporzionali oltre che al peso all’accelerazione e gli spostamenti urbani sono tutti accelerazioni e frenate. Conclusione: mentre la Panda normale nel circuito cittadino fa 14,5 chilometri con un litro di benzina, la Panda elettra ne fa 9 con un litro di olio combustibile. Quindi accresce le emissioni di anidride carbonica in atmosfera. E oltre a consumare di più, costa molto di più. Qualcuno potrebbe obiettare che, sviluppandosi la ricerca, le batterie possano diventare più efficienti e meno pesanti, come è successo con i telefonini. Non sarà nemmeno così, perché nel frattempo le industrie automobilistiche tedesche e americane stanno sperimentando le automobili a fuel cell, una tecnica per produrre energia elettrica senza processi di combustione, quindi non inquinando, con un’efficienza che può arrivare al 66 per cento, ben superiore alle migliori centrali termoelettriche, senza bisogno di trasportarla né d’immagazzinarla in batterie perché la fanno sul momento. Le fuel cell possono essere alimentate con prodotti petroliferi, per cui, quando ci saranno, si farà il pieno normalmente e poi nella macchina avverrà il processo di trasformazione del combustibile in energia elettrica e l’alimentazione del motore elettrico. Tempo di realizzazione previsto: il primo decennio del 2000. Nel frattempo? Nel frattempo è molto meglio seguire la strada di Greenpeace producendo vetture che dimezzano i consumi a parità di prestazioni, potenziare il trasporto pubblico, far viaggiare i bit invece delle persone sviluppando la telematica in tutti i servizi, realizzare nelle città parchi di auto pubbliche utilizzabili privatamente mediante scheda elettronica a consumo.

Perché sino ad ora tutto ciò che si può fare per accrescere l’efficienza energetica non è stato fatto? Perché il costo del petrolio era troppo basso e scoraggiava gli investimenti. Le basse quotazioni inducevano a far fronte all’aumento della domanda con un aumento dei consumi, l’esatto contrario di quanto i paesi industrializzati si sono impegnati a fare a Kyoto. Nonostante si creda il contrario, l’aumento dei prezzi non è un colpo mortale alle loro economie, ma un’occasione irripetibile per avviare una nuova fase di crescita economica e produttiva incentrata sullo sviluppo delle tecnologie che riducono i consumi di energia alla fonte a parità di servizi finali, creando lavoro, occupazione e reddito in attività che attenuano l’impatto ambientale dei processi produttivi. Purché ci siano governi in grado di gestire l’attuale congiuntura energetica con una efficace politica economica e industriale. Altrimenti ancora una volta si dimostrerà che sono in balìa delle dinamiche economiche e che la mondializzazione in ultima analisi li sta esautorando del loro potere. Purtroppo, quel che è successo sino ad ora non lascia adito a molte speranze.

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Nel 1999 la produzione mondiale di petrolio è stata di 74 milioni di barili al giorno. Gli 800 mila barili in più concordati nella riunione Opec di settembre costituiscono pertanto un incremento percentuale annuo superiore all’1 per cento. A Kyoto, nel dicembre del 1997, dopo estenuanti trattative i paesi industrializzati si erano impegnati a ridurre le emissioni di CO2 del 5,2 per cento in venti anni (dal 1990 al 2010). In quella sede il nostro governo si era battuto come un leone per ottenere una percentuale di riduzione ancora maggiore. Oggi manifesta insoddisfazione per l’insufficienza degli aumenti decisi, unendosi al coro di chi ne richiede altri 500 mila barili al giorno. Incoerenza? Macché. Ciò che ci contraddistingue è una profonda coerenza nella lamentela. Qualunque cosa si faccia, in un senso e nel senso opposto, è sempre troppo poco.

 

Un barile equivale a 159 litri e circa 143 chili di petrolio. 800 milioni di barili in più al giorno corrispondono quindi a circa 115.000 tonnellate di petrolio, per un totale annuo di circa 42 milioni di tonnellate, dalla cui combustione vengono emesse circa 125 milioni di tonnellate di CO2. Basterebbe che tutti gli edifici pubblici e privati della sola Unione europea fossero illuminati con lampade a risparmio energetico, che consumano il 20 per cento delle lampade a incandescenza e durano 5 volte di più, per ridurre il fabbisogno di petrolio di una grandezza analoga agli ultimi aumenti. Oppure che le centrali termoelettriche venissero convertite a ciclo combinato per raddoppiarne il rendimento.

 

Se a ogni raffineria venisse abbinata una centrale termoelettrica che utilizzi per produrre energia elettrica il petrolio attualmente utilizzato per raffinare il petrolio, utilizzando per la raffinazione del petrolio il calore di scarto, i consumi globali di greggio si ridurrebbero circa del 10 per cento. Risparmi molto significativi si possono ottenere anche nel riscaldamento degli ambienti, che assorbe circa un terzo dei consumi globali di energia. Una buona coibentazione può ridurre il fabbisogno di calore fino al 30 per cento senza diminuire il comfort termico. Accrescendo l’efficienza energetica oltre a diminuire le emissioni di CO2, si ottengono risparmi economici con cui si possono pagare i costi di investimento delle tecnologie che accrescono l’efficienza energetica e i posti di lavoro necessari a produrle e applicarle.

13 ottobre 2000